Che tipo di adolescenza stanno affrontando i giovani di oggi? Che ruolo ha l’intelligenza artificiale nelle loro vite? E cosa possono fare i genitori per accompagnare i proprio figli in questo periodo? Ce ne parla la dottoressa Rossella Bencivenga, psicoterapeuta e leader dell’area genitori e famiglie di Santagostino Psiche.
“Ma lei ha figli?”
Tredici anni fa, appena specializzata nella terapia sistemico-relazionale e familiare, incontravo genitori e famiglie che nel lavoro terapeutico, facendo inevitabilmente i “conti” con le loro difficoltà ed il loro senso d’impotenza, mi ponevano spesso la stessa domanda: “Ma lei ha figli?”. Questo sollecitava la legittima (anche se non clinicamente significativa) riflessione per la quale solo attraverso un’esperienza diretta della fatica e delle fragilità che l’essere genitore porta con sè, io potessi davvero comprenderli e sostenere il loro percorso.
Tale domanda è l’esito di un insieme di bias cognitivi, emotivi e relazionali, culturalmente condivisi che, oggi più che mai, sembrano sostenere l’illusione rassicurante del sistema adulto: poter codificare la complessità delle sfide adolescenziali attuali attraverso la loro esperienza come adolescenti. Questo darebbe quindi la certezza che, essendo “sopravvissuti” ai conflitti e al vuoto fisiologico della separazione e dell’individuazione dalla famiglia d’origine, siano in grado di fornire strumenti adeguati e di accompagnare la nuova generazione nella sfida di divenire adulti. I nostri adolescenti, invece, oggi incontrano sfide e complessità inedite e la loro sofferenza sembra comunicare in modo esplicito che gli strumenti che abbiamo sinora acquisito e messo in campo non sono sufficienti.
Cosa si intende con intelligenza?
L’emergenza della salute mentale adolescenziale sembra comunicarci che noi adulti “non siamo abbastanza intelligenti” ovvero non stiamo allenando modelli esperienziali indispensabili allo sviluppo di intelligenze autentiche ed uniche che non hanno alcun terreno di competizione possibile con il mondo virtuale e l’intelligenza artificiale. La psicologia ingenua tende ad associare l’intelligenza a persone, attività e performance logico-matematiche, a criteri cognitivi, mentre sottovaluta del tutto il costrutto dell’intelligenza che sostiene performance creative o psicomotorie o addirittura emotive sociali e relazionali. Tale pregiudizio influenza la nostra percezione delle potenzialità e dei rischi dell’intelligenza artificiale. Di fatto genera un modello di codifica delle esperienze che ci allontana dalla risorse dell’intelligenza umana, e dal lavorare nel potenziare le intelligenze, che invece rendono “adatti” gli adolescenti.
Che similitudini e differenze ci sono tra intelligenza artificiale e intelligenza umana?
Di fatto l’intelligenza artificiale e quella umana presentano similitudini e differenze significative: entrambe utilizzano reti neurali, ma l’intelligenza umana è plasmata dall’interazione con un corpo fisico. Sono quindi fondamentali le esperienze e la natura della sua flessibilità la quale seleziona stimoli, limiti e impara dalla dimensione fisica, emotiva e relazionale per rigenerarsi, evolversi e adattarsi alle sfide contemporanee dell’ambiente. La neuroplasticità è una caratteristica unica ed ancora a oggi non “replicabile artificialmente”. Questo perchè è l’esito di un processo dinamico ed esperienziale che si differenzia per la “dotazione di un corpo” selezionato per evoluzione naturale, spinto alla sopravvivenza in un mondo fisico nel quale ci sono sfide complesse che richiedono i sensi per essere affrontate.
L’IA, invece, si basa su algoritmi e strutture fisse non dotate della possibilità di esperienza corporea, sensoriale, emotiva, affettiva e relazionale, ma gli ingegneri informatici hanno trovato un modo per far sì che, nonostante l’incapacità di auto-modificarsi strutturalmente, la rete possa imparare dai feedback e dai database sui quali viene allenata. Quello che quindi oggi è fortemente sottovalutato è la concezione di intelligenza non solo come una condizione di base, ma come un “muscolo volontario” che ha bisogno di stimoli, di feedback, di motivazione e di costante apprendimento per divenire evoluto e “adatto”.
Su cosa si basa l’intelligenza emotiva?
Intelligenza e motivazione sono i cardini dello sviluppo dell’ intelligenza emotiva. È erroneamente considerata un intelligenza di serie B, scarsamente riconosciuta e coltivata nei nostri ragazzi, ed è usata spesso come
sinonimo di fragilità” , quindi ansiosamente squalificata. Tuttavia, oggi sembra invece essere uno dei fattori protettivi indispensabili da sostenere al fine di allenare gli adolescenti a gestire le proprie emozioni, fissare obiettivi e mantenere lo slancio verso di essi, sviluppare la capacità di apprendere e superare le difficoltà. Un’adolescente emotivamente intelligente sarà capace di “sentire” e codificare gli stimoli reali ed artificiali, selezionando risorse e limiti facendo esperienza del proprio senso di autoefficacia e potenziando di fatto la sua autostima.
Perchè l’intelligenza emotiva è sottovalutata?
Difficilmente mi capita di ascoltare un adulto (genitore, insegnante, educatore) che descrive e qualifica un’adolescente come “emotivamente intelligente”, accogliendo il costrutto per il quale la motivazione è l’espressione di “bisogni” di sopravvivenza, di sicurezza, sociali e di realizzazione che devono quindi essere ri-conosciuti. Gli adulti sembrano oggi invece “terrorizzati” dall’intelligenza emotiva e profondamente affascinati dalle intelligenze cognitivamente controllabili.
Frustrazione, pianto, tristezza, fatica sono i tabù offerti alla nuova generazione, sacrificati all’altare dell’indipendenza insieme al corpo degli adolescenti, alla loro esperienza “mortifera” fisiologica, al rischio di vivere sempre e solo nel presente, alla possibilità di fallimento ed errore.
Lo stesso sistema scolastico ed educativo sembra seguire la tendenza “sedativa”, in cui qualsiasi “sfida” deve essere contenuta e disconfermata o squalificata, e il valore di sé passa attraverso la misura dell’adeguatezza e della performance, delle abilità logico-matematica e o di apprendimento passivo. È un sistema che valorizza le caratteristiche tipiche dell’intelligenza artificiale che non rendono unica l’esperienza umana e che di fatto pongono gli adolescenti nella situazione di rischio di non sentire sé stessi come di valore se “naturali”, ma di dover acquisire competenze per imitare l’ artificialità funzionale in cui è tutto più lineare. L’IA è di fatto uno strumento ed in quanto tale non ha caratteristiche positive o negative: ciò che ne determina potenzialità e rischi è la motivazione, ovvero il bisogno sotteso all’uso dello strumento.
Rischi e possibilità dell’intelligenza artificiale in adolescenza
Oggi il rischio che gli adolescenti coartati nella loro dimensione sensitiva possano colmare il loro “bisogno” attraverso l’uso di strumenti artificiali è altissimo. Tuttavia, l’uso consapevole dell’IA come strumento (che non “imita” l’esperienza autentica emotiva-affettiva e relazionale) può essere invece davvero un’esperienza di supporto rivoluzionaria per l’apprendimento di skills invece poco valorizzate: la didattica classica (per supportare metodi di studio per le neuro divergenze o i disturbi specifici dell’apprendimento); l’organizzazione e l’efficacia di monitoraggio e verifica di contenuti didattici dinamici; il presentare creativamente contenuti; l’offrire maggiore uguaglianza all’apprendimento
per adolescenti e giovani con scarse possibilità socio economiche che attraverso l’universo IA potrebbero accedere ad esperienze e contenuti non facilmente reperibili.
Il rischio che la scuola corre demonizzando e sottraendosi è divenire un contenitore “vuoto”, di non stimolare il cambiamento e l’evoluzione, di non educare allo strumento e all’uso adeguato, di non “insegnare” tenendo conto dei dati di realtà.
Quali rischi corrono i genitori di adolescenti
Il rischio per i genitori, che già nel periodo dell’adolescenza dei figli sono fortemente “sfidati” nel loro ruolo di guida e riferimento, è compiere l’errore di sentirsi deresponsabilizzati e “impotenti” nel poter allenare i ragazzi all’uso consapevole dello strumento. Ma, soprattutto, non possono permettersi di perdere l’occasione di intercettare bisogni, desideri, vuoti e risorse dei propri figli ed essere contenitore e contenuto flessibile della loro crescita.
Divenire genitori “umanamente intelligenti” significa accettare la sfida dell’IA: promuovendo l’uso critico dello strumento, conoscendolo, insegnando a riconoscere bias non realistici, stabilendo regole chiare su privacy e condivisione di dati e impostando limiti sulla condivisione. Significa divenire modelli di interazione umana che valorizzano conversazioni offline su temi sensibili, incoraggiando e sostenendo attività sociali non mediate dalla tecnologia; monitorare l’impatto emotivo dell’uso dello strumento e fornire modelli di uso equilibrato dell’IA; allenarsi a non delegare alle app di salute fisica e mentale il monitoraggio del corpo, dei pensieri, dell’umore, del sonno e del cibo e valorizzare invece la competenza di divenire esperti di sé stessi attraverso la propria esperienza sensitiva e
la propria percezione emotivo-relazionale.