Anoressia: cos’è e come affrontarla

L’anoressia nervosa è uno dei disturbi del comportamento alimentare più gravi. Colpisce in prevalenza le ragazze in adolescenza, ma riguarda anche ragazzi e adulti, e ha conseguenze importanti su corpo e mente. Comprenderne i sintomi, le cause e i percorsi di cura è il primo passo per riconoscerla in chi ne soffre e aiutarlo a chiedere aiuto.

Anoressia: cos’è e come affrontarla

L’anoressia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una restrizione persistente dell’introito calorico, da una intensa paura di prendere peso e da un’alterazione nel modo in cui la persona percepisce il proprio corpo.

Chi ne soffre tende a vedersi più grasso di quanto non sia, anche quando il peso è visibilmente al di sotto della norma, e organizza la propria vita intorno al controllo del peso e dell’alimentazione.

Pur essendo un disturbo psichiatrico, l’anoressia nervosa coinvolge in modo importante anche il piano fisico: la malnutrizione che ne consegue può portare a complicanze mediche serie, e in alcuni casi a esiti fatali. Non è un capriccio né una scelta: è una condizione clinica che richiede una presa in carico specialistica.

La diagnosi si fonda sui criteri del DSM-5, il manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali più utilizzato a livello internazionale, e prevede tre elementi principali: una restrizione alimentare che porta a un peso corporeo significativamente basso, un’intensa paura di ingrassare anche in condizione di sottopeso, e un’alterazione del modo in cui la persona vive il proprio peso e la propria forma corporea.

percorso disturbi alimentaripercorso disturbi alimentari

Anoressia o anoressia nervosa: una distinzione importante

Nel linguaggio comune i termini “anoressia” e “anoressia nervosa” vengono usati come sinonimi, ma in medicina indicano due cose diverse.

“Anoressia”, dal greco “mancanza di appetito”, indica genericamente la riduzione o la perdita dell’appetito. Può essere un sintomo di molte condizioni, anche transitorie: una febbre, un periodo di stress, alcune malattie internistiche, l’assunzione di certi farmaci.

“Anoressia nervosa” è invece il nome clinico di uno specifico disturbo psichiatrico, in cui la riduzione del cibo non è conseguenza di una mancanza di appetito ma di una scelta deliberata, guidata dalla paura di ingrassare e dall’alterata percezione del corpo. Le persone con anoressia nervosa, contrariamente a quanto suggerirebbe il termine, hanno spesso fame: ma rifiutano il cibo per controllare il peso.

Per chiarezza, in questo articolo si parla sempre di anoressia nervosa, anche quando per brevità si userà solo la parola “anoressia”.

Sintomi dell’anoressia: fisici, psicologici e comportamentali

I sintomi dell’anoressia nervosa si manifestano su tre piani strettamente collegati: fisico, psicologico e comportamentale. Riconoscerli tutti e tre, e non solo il calo di peso, è fondamentale per intercettare precocemente il disturbo.

Sintomi fisici

I sintomi fisici sono in gran parte conseguenza diretta della malnutrizione e della perdita di peso. I più frequenti sono:

Sintomi psicologici

Sul piano psicologico, l’anoressia nervosa si caratterizza per una serie di pensieri e vissuti molto specifici, che spesso restano nascosti agli occhi di chi sta intorno:

  • intensa paura di aumentare di peso, anche quando il peso è già basso
  • alterata percezione del proprio corpo, vissuto come “troppo grasso” in tutto o in alcune parti
  • autostima fortemente legata al peso e alla forma corporea: il peso diventa la principale unità di misura del proprio valore
  • pensiero ossessivo intorno al cibo, alle calorie, all’esercizio fisico
  • vissuti di colpa e vergogna in relazione all’alimentazione
  • umore depresso, ansia, irritabilità
  • difficoltà di concentrazione, rigidità di pensiero, perfezionismo accentuato.

Sintomi comportamentali

I comportamenti tipici di chi soffre di anoressia nervosa includono:

  • restrizione calorica severa, conteggio ossessivo delle calorie, eliminazione di interi gruppi alimentari (in particolare carboidrati e grassi)
  • rituali ai pasti: tagliare il cibo in pezzi minuscoli, mangiare molto lentamente, mescolare a lungo, nascondere il cibo
  • evitamento dei pasti in famiglia o con altre persone, scuse ricorrenti per non mangiare
  • esercizio fisico eccessivo e compulsivo, anche in condizioni di stanchezza o malattia
  • controllo costante del peso e delle misure, controllo allo specchio di parti del corpo
  • in alcuni casi, condotte di eliminazione: vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o diuretici
  • isolamento sociale progressivo, ritiro da attività e relazioni.

I tre criteri diagnostici principali (DSM-5)

Criterio Descrizione
Restrizione energetica Limitazione dell’apporto calorico rispetto al fabbisogno, che porta a un peso corporeo significativamente basso rispetto a età, sesso e salute fisica.
Paura di ingrassare Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure comportamenti persistenti che interferiscono con l’aumento di peso anche quando questo è già significativamente basso.
Alterazione dell’immagine corporea Distorsione nel modo in cui peso e forme corporee vengono vissuti, eccessiva influenza del peso sull’autovalutazione, o persistente mancanza di riconoscimento della gravità del proprio sottopeso.

Cause e fattori di rischio

L’anoressia nervosa non ha un’unica causa. È il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici, familiari e socio-culturali, che si combinano in modo diverso da persona a persona. Conoscerli aiuta a capire chi può essere più vulnerabile e perché.

Fattori genetici e biologici

Studi su gemelli e su famiglie hanno mostrato che la predisposizione all’anoressia nervosa ha una componente genetica significativa: l’ereditabilità è stata stimata intorno al 50-60%. Questo non significa che il disturbo sia “genetico” in senso deterministico, ma che alcune caratteristiche temperamentali e biologiche — ad esempio la regolazione dell’appetito, la reattività emotiva, la tendenza al perfezionismo — possono rendere alcune persone più vulnerabili.

Fattori psicologici

Sono particolarmente rilevanti:

  • bassa autostima e tendenza all’autocritica
  • perfezionismo, soprattutto nelle aree del rendimento scolastico, sportivo o lavorativo
  • difficoltà nel riconoscere e nell’esprimere le emozioni
  • tratti ossessivo-compulsivi, bisogno di controllo
  • immagine corporea negativa preesistente al disturbo
  • storie di ansia, depressione o di altri disturbi psichiatrici, anche in età infantile

Fattori familiari e relazionali

Le dinamiche familiari non sono mai “la causa” dell’anoressia, ma alcune caratteristiche del contesto possono contribuire all’insorgenza o al mantenimento del disturbo: difficoltà di comunicazione, stili relazionali iperprotettivi o ipercritici, attenzione esagerata al peso e all’aspetto fisico in famiglia, presenza di altri familiari con disturbi alimentari. Anche esperienze traumatiche — lutti, separazioni, esperienze di bullismo, abusi — possono giocare un ruolo nell’innesco.

Fattori socio-culturali

Il contesto in cui viviamo enfatizza la magrezza come valore estetico e morale, e questo aumenta la pressione su chi è già vulnerabile. Sport e attività in cui il peso è considerato funzionale alla performance — danza, ginnastica artistica, atletica leggera, modellistica — sono ambienti a rischio aumentato. I social media, con il loro flusso costante di corpi filtrati e standardizzati, hanno reso questa pressione ancora più pervasiva, soprattutto in adolescenza.

Fattori scatenanti

Spesso l’anoressia nervosa esordisce dopo un evento specifico che funge da innesco: una dieta iniziata “per dimagrire qualche chilo”, un commento spiacevole sul corpo, un cambiamento importante (passaggio alle scuole superiori, trasferimento, separazione dei genitori), un periodo di stress particolarmente intenso. Quello che inizia come una semplice restrizione alimentare può, in soggetti predisposti, trasformarsi in un disturbo conclamato.

Diagnosi: criteri DSM-5 e valutazione clinica

La diagnosi di anoressia nervosa è di tipo clinico: si basa cioè sull’osservazione dei sintomi e su un’accurata valutazione fatta da un’équipe di specialisti, non su un singolo esame di laboratorio. I criteri di riferimento sono quelli del DSM-5, già elencati nella sezione sui sintomi.

Una valutazione diagnostica completa prevede diversi passaggi:

  • Anamnesi clinica e psicologica: ricostruzione della storia del peso, delle abitudini alimentari, dell’immagine corporea, della vita relazionale e di eventuali eventi significativi. Si indagano anche eventuali sintomi depressivi, ansiosi o ossessivi associati.
  • Esame obiettivo: valutazione dello stato nutrizionale, misurazione di peso e altezza, calcolo dell’indice di massa corporea (IMC), valutazione di parametri come pressione arteriosa, frequenza cardiaca, temperatura.
  • Esami di laboratorio: emocromo, elettroliti, funzionalità epatica e renale, profilo tiroideo, dosaggi ormonali. Servono a escludere altre condizioni e a valutare le complicanze metaboliche.
  • Valutazione psichiatrica: indispensabile per identificare eventuali comorbidità (depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi della personalità) che spesso coesistono con l’anoressia nervosa.
  • Valutazione nutrizionale: condotta da un dietista o da un biologo nutrizionista, per ricostruire abitudini alimentari, fabbisogno e strategie di realimentazione.

La diagnosi precoce è un fattore importante per la prognosi: più il disturbo viene riconosciuto e trattato vicino all’esordio, maggiori sono le possibilità di una guarigione completa. Per questo è fondamentale non sottovalutare i primi segnali di allarme, anche quando il peso non è ancora drammaticamente basso.

Tipi di anoressia nervosa

Il DSM-5 distingue due sottotipi principali di anoressia nervosa, in base al modo in cui la persona controlla il proprio peso. A questi si aggiunge una variante riconosciuta come categoria a sé, l’anoressia atipica.

Anoressia di tipo restrittivo

È la forma in cui la perdita di peso viene ottenuta principalmente attraverso la restrizione calorica, il digiuno o l’esercizio fisico eccessivo. Negli ultimi tre mesi non sono presenti episodi di abbuffata o condotte di eliminazione (vomito autoindotto, lassativi, diuretici). È la forma più “classica” nell’immaginario comune.

Anoressia con abbuffate e condotte di eliminazione

In questa forma la persona, accanto alla restrizione, presenta episodi ricorrenti di abbuffata seguiti da comportamenti compensatori: vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o diuretici, esercizio fisico estenuante. La diagnosi resta quella di anoressia nervosa — e non di bulimia — perché il peso corporeo si mantiene significativamente basso.

Anoressia atipica

L’anoressia atipica è una variante riconosciuta dal DSM-5 nella categoria “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione con altra specificazione” (OSFED). Presenta tutti i sintomi psicologici e comportamentali dell’anoressia nervosa — paura di ingrassare, alterata percezione corporea, restrizione alimentare — ma il peso della persona resta nella norma o addirittura sopra la norma. È una forma spesso sottodiagnosticata, proprio perché manca il segnale fisico più evidente.

Approfondiamo le caratteristiche dell’anoressia atipica e il modo in cui si distingue dalla forma tipica in un anoressia atipica.

Conseguenze fisiche e psicologiche dell’anoressia

L’anoressia nervosa, soprattutto se non trattata, ha conseguenze rilevanti sia sul piano fisico sia su quello psichico. Molte di queste conseguenze sono reversibili con la cura, ma altre, in caso di disturbo prolungato, possono lasciare effetti a lungo termine.

Conseguenze sul corpo

  • amenorrea e irregolarità mestruali, riduzione della fertilità
  • osteopenia e osteoporosi, con aumento del rischio di fratture anche in età giovane
  • perdita di massa muscolare e debolezza fisica generalizzata
  • rallentamento del metabolismo basale
  • ipotensione, bradicardia, aritmie cardiache; nei casi più gravi, scompenso cardiaco
  • anemia, carenze vitaminiche e minerali
  • alterazioni della funzionalità tiroidea
  • alterazioni gastrointestinali (stitichezza, rallentato svuotamento gastrico, reflusso)
  • pelle secca, fragilità di capelli e unghie, comparsa di lanugo
  • ipotermia, disidratazione, squilibri elettrolitici
  • riduzione della funzionalità renale ed epatica nei casi prolungati
  • nelle persone in età evolutiva: rallentamento o arresto della crescita e dello sviluppo puberale

Conseguenze sulla mente e sulla vita relazionale

  • peggioramento di sintomi depressivi e ansiosi
  • isolamento sociale, ritiro dalle relazioni e dalle attività quotidiane
  • difficoltà di concentrazione, rallentamento cognitivo, irritabilità
  • compromissione del rendimento scolastico, lavorativo, sportivo
  • sentimenti di colpa, vergogna, scarsa autostima
  • nei casi più gravi, ideazione suicidaria.

L’anoressia nervosa è il disturbo psichiatrico con il più alto tasso di mortalità tra quelli che insorgono in età evolutiva, sia per le complicanze mediche legate alla malnutrizione sia per il rischio di suicidio. È anche, allo stesso tempo, un disturbo da cui si può guarire: una parte significativa delle persone che intraprendono un percorso terapeutico raggiunge una remissione completa o quasi completa dei sintomi. La differenza, in larga misura, la fa la tempestività con cui si chiede aiuto.

Anoressia in adolescenza e nell’età adulta

L’anoressia nervosa può manifestarsi a qualsiasi età, ma alcune fasce sono più a rischio di altre. Comprendere quando e come compare aiuta a riconoscerla precocemente.

Esordio in adolescenza

La fascia di età in cui l’anoressia esordisce più frequentemente è quella adolescenziale, in particolare tra i 15 e i 19 anni. La pubertà è un periodo di grande vulnerabilità: il corpo cambia rapidamente, l’identità è in costruzione, le pressioni sociali sull’aspetto fisico aumentano. Negli ultimi anni si è osservato un abbassamento dell’età di esordio, con casi sempre più frequenti già in età prepuberale (10-13 anni). Quando l’anoressia insorge così presto, il quadro clinico tende a essere più grave, perché la malnutrizione si ripercuote anche sullo sviluppo somatico e neurologico.

Anoressia negli adulti

Anche se l’immagine più frequente è quella dell’adolescente, l’anoressia può esordire o cronicizzarsi anche in età adulta. In alcuni casi si tratta di disturbi insorti nell’adolescenza e mai del tutto risolti; in altri, di esordi tardivi legati a eventi di vita importanti (separazioni, lutti, cambiamenti professionali, gravidanza, menopausa). Nelle persone adulte il disturbo è spesso più difficile da riconoscere, perché mascherato da abitudini consolidate o da una vita apparentemente strutturata.

Anoressia maschile

L’anoressia nervosa colpisce in prevalenza le donne, ma riguarda anche gli uomini, in una proporzione che le stime più recenti collocano intorno a uno su dieci dei casi totali. Negli uomini il disturbo è spesso sottodiagnosticato perché culturalmente associato al femminile, e la richiesta di aiuto arriva mediamente più tardi. Nei ragazzi e negli uomini il disturbo si associa frequentemente a un’ossessione per la massa muscolare e per la “definizione” del corpo, oltre che alla magrezza.

Come si cura l’anoressia: un approccio multidisciplinare

L’anoressia nervosa non si cura con un singolo intervento. Richiede un’équipe multidisciplinare in cui lavorano insieme professionisti diversi, ciascuno sul proprio piano: psicologico, nutrizionale, medico. Il coordinamento tra queste figure è ciò che fa la differenza tra un percorso efficace e uno frammentato.

La psicoterapia

La psicoterapia è il cuore del trattamento dell’anoressia nervosa. È lo spazio in cui si lavora sulle radici psicologiche del disturbo: il rapporto con il corpo, l’autostima, il bisogno di controllo, le emozioni che la restrizione alimentare cerca di gestire.

Tra i diversi approcci psicoterapeutici utilizzati, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT-E, nella versione “enhanced” specifica per i disturbi alimentari) ha la maggiore evidenza di efficacia, soprattutto negli adulti. Lavora sui pensieri disfunzionali legati al cibo e al corpo, sui comportamenti di restrizione e di compenso, e sulla costruzione di un nuovo rapporto con l’alimentazione.

Negli adolescenti, la terapia familiare basata sul modello Maudsley si è dimostrata particolarmente efficace: coinvolge attivamente i genitori nel processo di rinutrizione e nel sostegno al figlio o alla figlia. Anche altri approcci — psicodinamici, interpersonali, sistemici — possono essere appropriati, a seconda della persona e della situazione.

Il lavoro nutrizionale

La parte nutrizionale del percorso è condotta da un dietista o da un biologo nutrizionista esperto in disturbi alimentari. Non consiste semplicemente nel “far mangiare di più”: è un lavoro graduale di ricostruzione del rapporto con il cibo, che comprende l’educazione alimentare, la pianificazione dei pasti, il monitoraggio dell’andamento del peso, il superamento progressivo delle paure legate a singoli cibi o gruppi alimentari.

La componente medica e psichiatrica

Il medico psichiatra valuta l’eventuale presenza di comorbidità psichiatriche (depressione, ansia, disturbi ossessivi) e decide se e quando è indicato un sostegno farmacologico, che nell’anoressia gioca un ruolo di supporto, non di prima linea. Un medico internista o un pediatra (a seconda dell’età) monitora le condizioni fisiche e gestisce le complicanze mediche legate alla malnutrizione.

Quando è necessario un ricovero

Nella maggior parte dei casi, il percorso di cura si svolge a livello ambulatoriale. In situazioni più gravi — peso estremamente basso, complicanze mediche acute, rischio suicidario, fallimento dei trattamenti ambulatoriali — può essere necessario un ricovero in strutture specializzate (centri di riabilitazione nutrizionale, day hospital, reparti di psichiatria), con percorsi più intensivi e protetti.

Quanto dura un percorso terapeutico

Non esiste una durata standard. I percorsi più brevi durano dai 6 ai 12 mesi; molti percorsi si estendono per due o tre anni, e in alcuni casi la presa in carico è ancora più prolungata. La durata dipende dalla gravità del disturbo, dalla tempestività della diagnosi, dalla presenza di comorbidità, dalla qualità del sostegno familiare e relazionale. La prognosi è migliore quando il disturbo viene riconosciuto vicino all’esordio e quando il percorso è condotto da un’équipe specializzata.

Domande frequenti sull’anoressia

Qual è la differenza tra anoressia e anoressia nervosa?

“Anoressia” in senso medico indica genericamente una riduzione dell’appetito, che può essere sintomo di molte condizioni diverse. “Anoressia nervosa” è invece il nome di uno specifico disturbo psichiatrico, in cui la restrizione alimentare è guidata dalla paura di ingrassare e da un’alterata percezione del corpo. Nel linguaggio comune i due termini si usano come sinonimi, ma in ambito clinico la distinzione è importante.

A che età si manifesta l’anoressia?

Il picco di esordio si colloca tra i 15 e i 19 anni, in piena adolescenza. Negli ultimi anni si osservano sempre più casi in età prepuberale (10-13 anni), e il disturbo può esordire o cronicizzarsi anche nell’età adulta. Più raro l’esordio dopo i 40 anni, ma non impossibile, soprattutto in concomitanza con eventi di vita significativi.

Quali sono i primi segnali di allarme?

I primi segnali sono spesso comportamentali, prima ancora che fisici: una crescente preoccupazione per il peso e le calorie, l’eliminazione di interi gruppi alimentari, il salto dei pasti con scuse ricorrenti, l’aumento dell’attività fisica, il ritiro sociale, un cambiamento di umore con maggiore irritabilità o tristezza. Il calo di peso può arrivare in un secondo momento. Riconoscere precocemente questi segnali è fondamentale per intervenire quando il disturbo è ancora alle prime fasi.

L’anoressia colpisce anche gli uomini?

Sì. Anche se la prevalenza è nettamente maggiore tra le donne, gli uomini rappresentano circa il 10% dei casi di anoressia nervosa. Negli uomini il disturbo viene spesso diagnosticato in ritardo, perché culturalmente associato al femminile, e può manifestarsi in modi specifici, come l’ossessione per la massa muscolare e per la definizione del corpo.

Si guarisce dall’anoressia?

Sì, si può guarire dall’anoressia nervosa. Una parte significativa delle persone che intraprendono un percorso terapeutico raggiunge una remissione completa o quasi completa dei sintomi. La probabilità di guarigione è maggiore quando il disturbo viene riconosciuto vicino all’esordio e quando il percorso è condotto da un’équipe specializzata. Una parte dei casi tende a cronicizzarsi: per questo la tempestività della diagnosi e l’accesso a un trattamento adeguato sono fattori così importanti.

Quanto dura un percorso terapeutico?

Dipende dalla gravità e dal momento in cui si interviene. I percorsi più brevi durano dai 6 ai 12 mesi, ma molti percorsi si estendono per due o tre anni, e in alcuni casi anche più a lungo. Nelle prime fasi il lavoro è più intensivo e frequente; nelle fasi successive il monitoraggio si dirada, ma resta importante per prevenire ricadute.

Anoressia e bulimia: che differenze ci sono?

Anoressia e bulimia nervosa sono due disturbi alimentari distinti, anche se condividono alcuni meccanismi psicologici (paura di ingrassare, alterazione dell’immagine corporea, autostima legata al peso). La differenza principale è il peso: nell’anoressia nervosa il peso è significativamente basso, mentre nella bulimia nervosa la persona ha un peso normale o leggermente sopra la norma. Nella bulimia sono inoltre centrali gli episodi ricorrenti di abbuffata seguiti da condotte di compenso. Esistono anche casi in cui anoressia e bulimia si alternano nel tempo nella stessa persona.

Da quale specialista è meglio iniziare?

Il primo passo è rivolgersi a un professionista della salute mentale (psichiatra, psicoterapeuta o psicologo) o al proprio medico di base, che può indirizzare a un centro o a un’équipe specializzata in disturbi alimentari. È importante non cercare di risolvere il problema solo “dimagrendo meno” o “mangiando di più”: senza un lavoro psicologico strutturato e un sostegno nutrizionale specialistico, la guarigione è molto difficile. La presa in carico precoce da parte di un’équipe multidisciplinare è il fattore prognostico più importante.