Anoressia atipica: cos’è, sintomi e perché non va sottovalutata

L'anoressia atipica è un disturbo dell'alimentazione che a differenza della forma tipica non presenta una condizione di sottopeso. Vediamo come riconoscerla, e quali sono le strategie terapeutiche migliori.

Anoressia atipica: cos’è, sintomi e perché non va sottovalutata

L’anoressia atipica è un disturbo del comportamento alimentare in cui sono presenti tutti i sintomi psicologici e comportamentali dell’anoressia nervosa (la restrizione alimentare, l’intensa paura di ingrassare, l’alterata percezione del corpo), ma il peso della persona resta nella norma o al di sopra.

È una forma tutt’altro che rara e tutt’altro che leggera: la sofferenza psicologica è la stessa della forma tipica, le complicanze fisiche possono essere altrettanto serie, e proprio l’assenza del segnale più visibile – la magrezza – la rende più difficile da riconoscere, per chi ne soffre e a volte anche per i medici.

Con il contributo del dottor Federico Fortunato, psicologo e psicoterapeuta di Santagostino Psiche, vediamo che cos’è l’anoressia atipica, come riconoscerla e perché non va mai sottovalutata.

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Cos’è l’anoressia atipica?

L’anoressia atipica è un disturbo del comportamento alimentare riconosciuto dal DSM-5 all’interno della categoria dei “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione con altra specificazione” (in inglese OSFED, Other Specified Feeding or Eating Disorders): la categoria che raccoglie i disturbi alimentari clinicamente significativi che non soddisfano tutti i criteri delle diagnosi principali, come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa.

Non è una categoria “minore”: è il riconoscimento, da parte della psichiatria, che un disturbo alimentare grave può esistere anche senza i suoi segni fisici più noti. L’introduzione di questa diagnosi ha spostato l’attenzione dai parametri puramente fisici agli aspetti psicologici e comportamentali, che del disturbo sono il vero cuore.

Anoressia tipica e atipica: le differenze

Anoressia nervosa (tipica) Anoressia atipica
Paura intensa di ingrassare Presente Presente
Restrizione alimentare Presente Presente
Alterata percezione del corpo Presente Presente
Peso corporeo Significativamente basso Nella norma o sopra la norma, spesso dopo una perdita di peso importante
Gravità psicologica Elevata Equivalente
Complicanze fisiche Frequenti Possibili e spesso sottovalutate
Riconoscimento e diagnosi Più rapidi, per l’evidenza del sottopeso Spesso tardivi: manca il segnale visibile

In sintesi: l’unico criterio che distingue le due forme è il peso. Tutto il resto (i pensieri, le paure, i comportamenti, la sofferenza) è lo stesso.

Perché “atipica” non significa meno grave

Ciò che danneggia l’organismo non è il numero sulla bilancia, ma quanto peso è stato perso, quanto in fretta, e con quali mezzi. Una persona che partiva da un peso più alto e ha perso rapidamente una quota importante del proprio peso può trovarsi in una condizione di malnutrizione reale pur risultando “normopeso”: il suo corpo sta attraversando la stessa carestia di chi è visibilmente sottopeso.

Per questo anche nell’anoressia atipica si possono osservare le complicanze mediche della forma tipica: bradicardia e ipotensione, amenorrea e irregolarità mestruali, osteopenia, anemia e carenze nutrizionali, squilibri elettrolitici, stitichezza e rallentamento digestivo, alterazioni tiroidee e ormonali, perdita di massa muscolare, pelle secca e fragilità di unghie e capelli, calo della fertilità. Negli adolescenti, la malnutrizione può interferire con crescita e sviluppo puberale anche a peso apparentemente normale.

La ricerca degli ultimi anni è netta su questo punto: la gravità medica e psicologica dell’anoressia atipica è sovrapponibile a quella della forma tipica. “Atipica” descrive solo la presentazione del disturbo e non la sua serietà.

Quali sono i sintomi e come riconoscerla?

I sintomi sono gli stessi dell’anoressia nervosa, con l’eccezione del sottopeso:

  • restrizione alimentare severa: salto dei pasti, eliminazione di interi gruppi alimentari, digiuni, regole rigide su cosa e quanto mangiare
  • perdita di peso significativa rispetto al proprio peso di partenza, anche se il risultato resta “nella norma”
  • intensa paura di prendere peso, che non si placa nemmeno dopo il dimagrimento
  • alterazione dell’immagine corporea: il corpo viene percepito come “troppo grande” a prescindere dalla realtà
  • autostima misurata quasi esclusivamente sul peso e sulla forma fisica
  • pensiero ossessivo intorno a cibo, calorie ed esercizio fisico.

I segnali d’allarme da cogliere, soprattutto nei più giovani, emergono quando alla restrizione si associano cambiamenti emotivi e sociali: isolamento, rifiuto delle occasioni conviviali (proprio perché ruotano intorno al cibo), perfezionismo e autocritica spietata, irritabilità, ansia, umore depresso, conflitti crescenti in famiglia intorno ai pasti.

La barriera del “ma non sembri malata”

C’è un ostacolo che l’anoressia atipica incontra più di ogni altro disturbo alimentare: non corrisponde all’immagine che tutti hanno dell’anoressia. Chi ne soffre spesso non si sente “legittimato” a chiedere aiuto (“non sono abbastanza magra per essere malata”), i familiari faticano ad allarmarsi per un dimagrimento che sembra un successo, e capita perfino che il dimagrimento venga accolto con i complimenti, mentre il disturbo è già al lavoro.

Il risultato è un ritardo diagnostico mediamente maggiore rispetto alla forma tipica, con più tempo lasciato al disturbo per radicarsi. Vale quindi una regola semplice, per chi legge e si riconosce e per chi osserva una persona cara: se i pensieri sul cibo e sul corpo sono diventati una prigione, il disturbo c’è qualunque cosa dica la bilancia, e merita aiuto esattamente come qualunque altra forma di anoressia.

A che peso si è anoressici?

Non esiste un peso, né una soglia, che definisca l’anoressia.

Nella forma tipica il peso è “significativamente basso” rispetto a quanto atteso per età, sesso e altezza – una valutazione che spetta ai clinici, persona per persona – ma la malattia non abita nel numero: abita nella paura, nella restrizione e nel modo in cui il corpo viene percepito.

L’anoressia atipica ne è la dimostrazione clinica: tutti i sintomi, nessun sottopeso. Usare il peso come criterio per decidere se “preoccuparsi o no” è esattamente l’errore che questa diagnosi è nata per correggere.

Quali fattori favoriscono l’anoressia atipica?

I fattori di rischio sono gli stessi dell’anoressia nervosa: predisposizione individuale, disturbi dell’umore e d’ansia, bassa autostima e immagine corporea negativa, pressione sociale e culturale verso la magrezza, difficoltà relazionali, eventi traumatici (ne parliamo in dettaglio nell’articolo sull’anoressia nervosa).

C’è però un innesco particolarmente tipico di questa forma: una dieta iniziata per perdere peso, spesso in età puberale o prepuberale, che a un certo punto sfugge di mano.

La restrizione non si ferma all’obiettivo: diventa un comportamento persistente, sempre più rigido, e il dimagrimento smette di essere un mezzo per diventare l’unica misura di valore.

Come si cura l’anoressia atipica?

Il trattamento richiede la stessa presa in carico multidisciplinare dell’anoressia nervosa: una psicoterapia individuale o familiare, il lavoro nutrizionale con un dietista o biologo nutrizionista esperto in disturbi alimentari, e il monitoraggio medico o psichiatrico delle conseguenze sulla salute che, come abbiamo visto, vanno cercate attivamente anche a peso normale.

La forma atipica ha però una specificità terapeutica importante: gli obiettivi centrati esclusivamente sul peso funzionano male.

Terapie impostate sul “recupero ponderale”, quando il peso è già nella norma, non hanno senso clinico e generano angoscia; e anche il solo monitoraggio ossessivo della bilancia rischia di rinforzare il meccanismo del disturbo.

Il lavoro efficace privilegia gli aspetti emotivi e di pensiero: la funzione che la restrizione svolge, i pensieri ossessivi e il rimuginio intorno al cibo, la ricostruzione di un’autostima che non passi dal corpo. Perché la guarigione non coincide con un numero: coincide con lo spegnersi dei pensieri e finché quelli restano accesi, la persona ha diritto alle cure, qualunque sia il suo peso.

Se ti riconosci in quello che stai leggendo, o lo riconosci in una persona cara, non lasciare che sia la bilancia a decidere se chiedere aiuto. Puoi parlarne con il tuo medico, con uno psicologo o psicoterapeuta, oppure chiamare il Numero Verde SOS Disturbi Alimentari 800 180 969: è gratuito, anonimo e attivo a livello nazionale, e può orientarti verso i centri specializzati più vicini.

Domande frequenti sull’anoressia atipica

Si può avere l’anoressia senza essere sottopeso?

Sì. È esattamente la definizione dell’anoressia atipica: tutti i sintomi psicologici e comportamentali dell’anoressia nervosa – restrizione, paura di ingrassare, percezione distorta del corpo – in una persona il cui peso resta nella norma o sopra la norma. La sofferenza e i rischi per la salute sono reali e paragonabili a quelli della forma tipica.

L’anoressia atipica può trasformarsi in anoressia nervosa?

Sì, può accadere: se la restrizione prosegue, la perdita di peso può portare la persona sotto la soglia del peso atteso, e la diagnosi diventa quella di anoressia nervosa. L’anoressia atipica va però trattata subito, non “quando peggiora”, intervenire mentre il peso è ancora nella norma permette di curare il disturbo nella sua fase più recuperabile.

L’anoressia atipica è rara?

No, al contrario: gli studi più recenti indicano che è almeno altrettanto comune della forma tipica, e probabilmente più diffusa. È però molto meno diagnosticata, proprio perché manca il segnale visibile del sottopeso e perché chi ne soffre tende a non riconoscersi nel diritto di chiedere aiuto.

Da dove si inizia per chiedere aiuto?

Dal proprio medico, da uno psicologo o psicoterapeuta, o da un centro specializzato in disturbi alimentari: l’importante è che la valutazione sia fatta da professionisti esperti di DCA, in grado di guardare oltre il peso. Il Numero Verde SOS Disturbi Alimentari (800 180 969) può aiutare a individuare il centro più vicino. Come per ogni disturbo alimentare, prima si inizia, migliori sono le prospettive di guarigione.