L’autolesionismo è un comportamento in cui una persona infligge danni a sé stessa in modo intenzionale e consapevole. Ci parlano dell’autolesionismo in adolescenza e della DBT (Terapia Dialettico Comportamentale) la dottoressa Alessia Bajoni e la dottoressa Claudia Cortesan, psicoterapeuta dell’èquipe adolescenti di Santagostino Psiche.
L’autolesionismo in adolescenza
Negli ultimi anni, il fenomeno dell’autolesionismo negli adolescenti, soprattutto dopo la pandemia per il Covid-19, sta richiedendo sempre più l’attenzione e le cure di operatori sanitari, educatori, genitori, insegnanti: è un fenomeno che segna, preoccupa, allarma e disorienta.
Si parla di un’incidenza del 15% tra adolescenti e giovani adulti, con un aumento tra il 50 % e il 60% del fenomeno nel periodo post pandemia.
L’autolesionismo si inserisce dunque in un momento specifico della nostra società e cultura, momento nel quale i sistemi relazionali reali non sono riusciti più a essere gli interlocutori di emozioni, di sofferenza, del bisogno di confronto tra pari: le restrizioni sociali, scelte per contenere la diffusione del virus, connesse alla difficoltà nel pensare forti emozioni, sono state la miccia di un fenomeno, da sempre presente, che in quel momento storico è diventato uno strumento privilegiato di comunicazione, espressione concreta e regolazione di un malessere interno nascosto.
Attualmente, l’autolesionismo è diffuso soprattutto negli adolescenti e giovani adulti, nella fascia d’età dai 13 ai 20 anni nella forma dell’”autolesionismo non suicidario, intenzionale”, ovvero nella forma della “ferita” indotta in maniera intenzionale, tramite taglio, graffio o bruciatura, su alcune parti del corpo, al fine di trovare un sollievo e/o un contenimento a una sensazione negativa provata.
Tale forma di autolesionismo ha acquisito nel 2013 una propria ‘identità diagnostica’ nel DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali, 2013).
Quali forme di autolesionismo esistono?
Si distinguono tre forme di autolesionismo:
- autolesionismo maggiore, ovvero quando l’autodanneggiamento appare legato a singoli episodi gravi, che causano gravi mutilazioni sul corpo;
- autolesionismo stereotipico, ovvero atti ripetuti in maniera costante e apparentemente slegati da un significato emotivo e relazionale;
- autolesionismo moderato, in cui vengono utilizzati strumenti come forbici, lamette, accendini per procurarsi un “dolore fisico”.
Perchè l’autolesionismo è diffuso tra gli adolescenti?
Comprendere cosa possa significare l’autolesionismo e il perché un ragazzo/a inizi a tagliarsi, vuol dire tenere insieme una complessità di fattori e spiegazioni, che si intrecciano in maniera specifica e soggettiva nel singolo adolescente.
L’adolescente si ritrova, per età e fase evolutiva, a dover effettuare delle operazioni “mentali, emotive, cognitive” complesse, come, ad esempio, l’elaborazione del lutto dell’infanzia, del Sè infantile e del rapporto di dipendenza dalle proprie figure genitoriali; affrontare “di fatto, una separazione”, che non implica solo un cambiamento nella relazione con i genitori, ma anche uno spostamento di abilità, processi emotivi e di pensiero che, fino a qualche mese prima, erano ancorati alle figure genitoriali; si trova a dover definire la propria identità nei termini di contatto con un corpo in cambiamento, con nuove sensazioni e pulsioni interiori, con pensieri e inclinazioni soggettivi e individuali di cui assumersi la scelta e la responsabilità.
L’autolesionismo si inserisce in questo vortice di processi, cambiamenti ed emozioni forti: segna il corpo e la pelle, come ad appropriarsi in maniera disfunzionale di un’identità ancora abbozzata, creando una “rottura” in quello che rappresenta il primo contatto mamma-bambino dopo la nascita, ovvero la pelle. Anzieu (1985) parla proprio di un”Io pelle”, che delimita e contiene l’apparato psichico, contenitore, ma anche schermo della sofferenza interiore.
I segni autoindotti dagli adolescenti sulla propria pelle possono dunque inserirsi in una difficoltà nell’elaborare il passaggio da un corpo infantile a un corpo maturo e pubere, con l’implicita necessità di rimodulare la distanza dalle figure genitoriali e le identificazioni primitive che risiedono nel corpo, come spesso capita in storie familiari segnate da separazioni, lutti e traumi.
Perchè l’adolescente si ferisce?
Con la ferita, il ragazzo/a cerca un contenimento fisico a un dolore emotivo, che non sa pensare e comunicare, che spesso deriva da emozioni forti, anche contradditorie tra loro. Paradossalmente, tagliarsi, come ogni forma di attacco al corpo (anoressia, bulimia, tentativi di suicidio), resituisce al giovane un senso di potere rispetto a un vissuto di impotenza e disorientamento di fronte a una nuova complessità emotiva.
Molti studi e ricerche evidenziano come il taglio possa dunque essere un tentativo disfunzionale di regolazione emotiva a fronte di emozioni spiacevoli (legate a stressor multipli, interni ed esterni) che il giovane non esprime perchè “si vergogna” e spesso “non sa cosa stia realmente provando!”, o avverte delle angosce profonde connesse con quello che vive e immagina, che non riesce a “regolare” con il pensiero: angosce di esclusione, morte e rifiuto, che in adolescenza vengono vissute come angosce annichilenti per la neo identità del giovane.
Sottolineiamo come l’autolesionismo ripetuto e costante possa trasformarsi in una vera e propria “dipendenza”, dal momento che vi è un vissuto di unicità legato all’associazione del proprio corpo alle ferite e al bisogno, in modo simile all’uso di sostanze stupefacenti, di sensazioni di sollievo e piacere che i giovani provano dopo il taglio: tagliarsi fornisce un limite liberatorio rispetto al dolore emotivo e al peso mentale dei pensieri, che tendono a ripetersi, amplificarsi e a comprimere il giovane in una sorta di “angolo senza via di uscita”.
Cosa dicono gli studi neurobiologici sull’autolesionismo
Negli ultimi anni, sono stati condotti diversi studi che hanno evidenziato come l’autolesionismo in adolescenza sia significativamente correlato ad aspetti neurobiologici, che meritano sicuramente ulteriori approfondimenti e riflessioni cliniche da parte di tutti, utili anche a disincentivare l’ipotesi che i ragazzi ricorrano “volontariamente” o “per dispetto” a certi comportamenti.
Dagli studi è emerso come il cervello, il sistema di gestione dello stress e i circuiti emotivi contribuiscano a rendere l’autolesionismo un comportamento utile a regolare le emozioni e a ridurre la percezione del dolore fino ad annullarla, generando così un rinforzo positivo nel riattualizzare nuovamente il comportamento disfunzionale.
Nei diversi studi sono stati utilizzati metodi comuni, tra cui la risonanza magnetica funzionale (fMRI, sia con approccio task-based, dove ai soggetti veniva richiesto di eseguire un compito specifico, sia con approccio resting-state, dove ai soggetti veniva chiesto di restare in uno stato di riposo senza eseguire attività specifiche), la risonanza magnetica con diffusione, la valutazione di misure endocrine (come il cortisolo salivare e quello prodotto dalle ghiandole surrenali) e alcuni studi genetici ed epigenetici. I limiti di tali studi sono stati la dimensione del campione, l’eterogeneità diagnostica (erano presenti pazienti che non mettevano in atto solo NSSI, ma anche tentativi suicidari) e la comorbidità psichiatrica.
Nel dettaglio, si è visto come vi sia una disfunzione a carico dei circuiti cortico-limbici, nei quali si osserva una iperreattività: la risposta dell’amigdala e dell’insula anteriore agli stimoli emotivi spiacevoli è più alta e c’è un minore adattamento. Tale reattività aumentata genera un’anomalia a carico della processazione enterocettiva degli stimoli e un’amplificazione degli stati affettivi negativi. Si è visto anche come vi sia una ridotta attivazione dell’area dei lobi frontali, in particolare della corteccia pre-frontale ventromediale, coinvolta nell’elaborazione della paura e della corteccia pre-frontale dorsolaterale, fondamentale per le funzioni esecutive.
Questo fa sì che l’adolescente “senta troppo” e “regoli poco” (Branas et al., 2021).
Autolesionismo e dopamina
Altri studi hanno rilevato come vi sia anche una disfunzione del sistema dopaminergico, quindi dei circuiti di rinforzo e motivazione, situati a livello dello striato (nucleo caudato, putamen, nucleus accumbens). L’autolesionismo genera una diminuzione dello stato di tensione interno e tale sollievo rinforza il comportamento di partenza (Case et al., 2021)
I comportamenti autolesivi, inoltre, attivano in maniera transitoria il sistema che produce gli oppioidi e che rilascia endorfine, facendo percepire al soggetto uno stato di quasi analgesia, dove il dolore fisico diventa un riferimento importante e stabile per un’anedonia emotiva, oppure un sostituto del dolore emotivo. Gli adolescenti non percepiscono, dunque, il dolore che si causano come insopportabile, ma come un momento di intenso rilascio (Case et al., 2021).
Autolesionismo e traumi precoci
Altri studi evidenziano come l’aver subito traumi precoci e aver vissuto in contesti familiari cronicamente invalidanti abbia un impatto sull’asse HPA (asse ipotalamo-ipofisi-surrene), come se il cervello “si abituasse” allo stress: il battito cardiaco e la pressione sanguigna non aumentano durante un evento stressante, vi è un ridotto rilascio di ormoni dello stress (come, ad esempio, il cortisolo) in risposta a un evento stressogeno e vi è un ridotto controllo degli impulsi (Klimes-Dougan et al., 2019; Gorels et al. 2023).
Si è visto, infine, come vi sia una vulnerabilità genetica nel sistema serotoninergico, coinvolto nella gestione dell’impulsività e delle emozioni; tale vulnerabilità può facilmente incontrare un ambiente invalidante, generando in tal modo un terreno di rischio per lo sviluppo dei comportamenti autolesivi (Liao et al. 2024).
Riassumendo, possiamo dedurre che il periodo dell’adolescenza è sicuramente una finestra critica per lo sviluppo di comportamenti autolesivi non suicidari, dal momento che i circuiti deputati all’elaborazione delle emozioni sono attivi, ma, parallelamente, il controllo prefrontale non è totalmente raggiunto e c’è un’elevata sensibilità allo stress psicosociale.
L’adolescente si fa del male per regolare emozioni intense, ridurre la tensione interna, sentirsi “vivo” e comunicare il suo dolore. Non si tratta di un “gesto incomprensibile”, ma dell’esito di uno sbilanciamento neurobiologico dei circuiti emotivi, che risultano iperattivi, della corteccia prefrontale, che risulta ipoattiva, del sistema dello stress, che è disregolato e del sistema oppioidergico e dopaminergico, che vengono attivati durante i comportamenti autolesivi.
Il taglio (o qualsiasi suo sostituto) è quindi un disperato tentativo di regolare un’emozione che la mente dell’adolescente non sa né nominare, né gestire. Come clinici, il nostro compito è quello di validare la funzione del sintomo (l’approccio DBT considera la validazione uno dei capisaldi della terapia), proporre strumenti alternativi di regolazione delle emozioni (anche in questo caso, la terapia con approccio DBT allena la capacità della mente di valutare soluzioni differenti a quelle abitualmente utilizzate) e aumentare la tolleranza della sofferenza.
Autolesionismo e social
Negli ultimi anni il fenomeno dell’autolesionismo tra gli adolescenti si è intrecciato con la diffusione di “challenge” , vale a dire giochi pericolosi che si sono diffusi sulle piattaforme social in cui la “popolarità online” si conquista attraverso foto di se stessi in situazioni pericolose o, ancora peggio, in situazioni dove il comportamento esibito è una sorta di dimostrazione di un’escalation mortale in cui “vince che si avvicina di più al limite mortifero”.
In uno studio condotto nel 2017 (Patchin, Sameer, Hinduja 2017), viene riportata un’incidenza del 6% di adolescenti che inizia ad avere comportamenti autolesionistici online.
Alcuni esempi di challenge a contenuto autolesionistico suicidario o non suicidario sono le “blackout challenge” (ad es. le choking game challenges o scarf game challenges), dove i giovani si sfidano a “provocarsi” uno svenimento temporaneo attraverso la compressione delle arterie del collo, con l’obiettivo di provare lo stato di “euforia” dovuto alla mancanza di ossigeno al cervello, riprendendosi appena prima di perdere conoscenza, o, ancora, “la challenge della cicatrice francese”, dove vi è la provocazione a indursi ematomi in corrispondenza degli zigomi attraverso una forte pressione delle guance.
Vi sono poi forme di challenge che sfidano ad attuare comportamenti non autolesionistici, ma che contengono un alto rischio suicidario, come, ad esempio, le “challenge train surfing” o “planking challenge”, che portano i giovani ad assumere posizioni rigide o a viaggiare aggrappati sui treni in situazioni al limite (treni in movimento, binari dei treni…). Sono ormai molteplici i racconti di ragazzi che hanno perso la vita o hanno avuto conseguenze gravi per la propria salute fisica e mentale dopo aver partecipato a queste challenge e non essersi fermati in tempo.
Cosa influenza le challenge online?
Due fattori da evidenziare nel fenomeno dell’autolesionismo legato a challenge online sono l’imitazione e il contagio, fattori che determinano l’alta probabilità di ripetizione del comportamento tra gli adolescenti: sembra che l’autolesionismo venga vissuto come un canale primitivo per favorire l’accettazione tra i pari, il riconoscimento del proprio valore e l’appartenenza a una community più ampia.
Il bisogno di esplorare, di testare i limiti di un comportamento e il fare esperienza delle conseguenze negative che ne possono derivare fa parte del processo di crescita dell’adolescente, in cui l’agito può assumere il valore positivo di un “salto” e diviene strumento tramite cui acquisire un’autoregolazione, attraverso il confronto con la realtà.
Nelle challenge sopra menzionate e nell’autolesionismo, è evidente come tale meccanismo arrivi a toccare i limiti della morte, della salute e dell’integrità personale e, per questo motivo, è fondamentale che vi siano attenzione, cura, ascolto e dialogo con degli adulti in grado di nominare il rischio e di aiutare i givoani a trovare altri canali di affermazione e riconoscimento di sé.
L’approccio DBT agli adolescenti con autolesionismo
All’interno di questa cornice appare sempre più importante avere una bussola su cui orientare le richieste di aiuto dei giovani con autolesionismo e dei loro genitori/famiglie.
Tra i vari approcci terapeutici, l’approccio DBT (Terapia Dialettica comportamentale) è stato riconosciuto, sulla base di evidenze scientifiche, come efficace nella cura dell’autolesionismo: si tratta di un approccio cosiddetto evidence based.
Il modello DBT è stato sviluppato a partire dalla tradizione comportamentale, ma ha affiancato alla dimensione del cambiamento un lavoro di accettazione e ristrutturazione cognitiva attraverso il pensiero dialettico.
Cosa prevede la DBT?
La DBT prevede una presa in carico del paziente autolesionista a più livelli:
- terapia individuale
- partecipazione ad un gruppo di skills training
- gestione del caso in equipe
- coaching telefonico per gestire le crisi.
Il terapeuta individuale costituisce la principale figura di riferimento del paziente: nel corso delle sedute egli lavora, insieme al paziente, sulla motivazione al trattamento e crea con lui un linguaggio emotivo comune, che permette di ridurre gli effetti delle emozioni spiacevoli e aiuta a sviluppare e recuperare strategie utili per tollerare le suddette emozioni, la cui disregolazione è alla base dei comportamenti autolesionistici e degli stati di malessere generale del paziente.
Lo skills training è invece un percorso di natura psicoeducativa e, in un contesto di gruppo, mira a sviluppare una serie di abilità e competenze a cui il paziente può ricorrere per gestire la propria quotidianità e le proprie relazioni.
Quali sono le abilità centrali nella DBT?
Le abilità centrali nell’approccio DBT specificamente rivolto agli adolescenti (Rathus, Miller, 2015) riguardano:
- Mindfulness: capacità di essere concentrati e consapevoli delle proprie sensazioni, emozioni e pensieri nel “qui e ora”;
- Regolazione delle emozioni: capacità di riconoscere e comprendere gli stati emotivi per poterli gestire in modo funzionale e non autolesivo;
- Tolleranza della sofferenza: capacità di tollerare e comprendere la sofferenza emotiva senza che si generino comportamenti disfunzionali;
- Efficacia interpersonale: capacità di comunicare e di stare in relazione efficacemente con le altre persone;
- Percorrere il sentiero di mezzo: capacità di sviluppare il pensiero dialettico per poter assumere una posizione di pensiero e relazionale di mezzo, che protegga da pensieri estremi.
Tali abilità, usate in maniera combinata e all’interno della relazione terapeutica, aiutano i ragazzi/e a costruire una capacità di ascolto interno, a pensare le emozioni piuttosto che agirle e a mettere “un ordine negli strumenti a disposizione”: dove prima venivano adottate modalità autodistruttive e auto invalidanti, con l’approccio DBT si crea, all’interno della crisi, la possibilità di distinguere i pro e i contro di ogni scelta e di differenziare un comportamento impulsivo da uno riflessivo. Viene data inoltre fondamentale importanza alla strategia dell’accettazione della realtà.
Evidenziamo come sia essenziale, per gli adolescenti, lo sviluppo del “pensiero di mezzo” e del “pensiero dialettico”, alla luce della frequente polarizzazione del comportamento e delle letture relazionali associate, che spesso sono alla base della sofferenza agita con l’autolesionismo (“non sono in grado”…”non sono importante per gli altri”…”sono sempre messo nella posizione di essere quello sbagliato”). Il pensiero dialettico aiuta a vedere gli opposti come veri entrambi e a trovare una modalità di mezzo, che consenta di calmare la mente e vedere soluzioni nuove di comportamento nella relazione con se stessi e con gli altri.
Va sottolineato come tale programma di intervento richieda, ad ogni passaggio, una motivazione elevata dell’adolescente, che va sempre rafforzata e sostenuta nel lavoro terapeutico, in quanto le abilità DBT devono poi essere “interiorizzate e messe in campo” dal giovane nella vita di tutti i giorni.
Il ruolo del gruppo e della famiglia
La specificità dell’approccio DBT per adolescenti risiede anche nel coinvolgimento dei genitori con sedute effettuate insieme al giovane paziente e con gruppi di skills training genitori-figli che permettono di lavorare su alcune modalità fondamentali di relazione, comunicazione e comportamento, al fine di modificare alcune polarizzazioni nella relazione genitori-figli, tra cui:
- eccessiva indulgenza vs controllo autoritario;
- favorire la dipendenza vs forzare l’autonomia;
- normalizzare il comportamento patologico vs patologizzare un comportamento normale.
All’interno delle sedute di terapia familiare o nei gruppi di skills training, il terapeuta conduttore aiuta i genitori a riconoscere quei dilemmi dialettici che possono rendere difficile la comunicazione genitori-figli e che invalidano il lavoro terapeutico del giovane, rendendo più frequenti crisi e malessere del figlio/a.
Alcuni dilemmi dialettici che il paziente adolescente si trova a vivere sono, per esempio, il passare da una crisi incessante a un’inibizione dell’esperienza, da una eccessiva vulnerabilità emotiva a una modalità auto invalidante di soppressione delle emozioni, da una competenza apparente a una passività attiva.
Nel gruppo multifamiliare, che affianca il lavoro individuale o di gruppo del paziente adolescente, i genitori vengono aiutati a individuare i segnali di rischio di una crisi autolesiva, tra cui proprio il conflitto e la tensione familiare, che rappresentano uno dei fattori che incide maggiormente sulla ripetizione del comportamento disfunzionale.
Risulta, per esempio, centrale l’insegnamento ai genitori dell’importanza della validazione delle emozioni nella relazione con il figlio adolescente e l’abilità del percorrere “il sentiero di mezzo”, per poter vedere le verità di entrambe le prospettive (la propria e quella del figlio/a) e cercare una soluzione integrata e più rispettosa della diversità delle posizioni relazionali.
Tale “sentiero di mezzo” aumenta la gestione degli imprevisti e favorisce il cambiamento relazionale.
Evidenziamo, infine, come sia centrale l’aspetto di condivisione in gruppo, sia per la parte terapeutica rivolta agli adolescenti, sia per lo skills training genitori-figli, dal momento che vengono favoriti i processi di rispecchiamento reciproco e l’assunzione di un ruolo validante, accettante e privo di giudizio nei confronti delle reazioni altrui. Il setting di gruppo accelera i processi di cambiamento personali e del sistema familiare all’interno del quale l’adolescente è inserito.
All’interno dell’équipe dell’Area Adolescenti del Santagostino è presente un percorso specifico di gruppo rivolto ad adolescenti con autolesionismo non suicidario con approccio DBT, co-condotto dalle autrici dell’articolo. mettere link a pagina Area Adolescenti
(14 Novembre 2025)