Semaglutide, cultura dei media e magrezza: quando il farmaco diventa un fenomeno culturale

Da almeno cinque anni, le ricerche più frequenti su Google in tema di benessere ruotano attorno ad un quesito specifico: come si fa a perdere peso in poco tempo?

Semaglutide, cultura dei media e magrezza: quando il farmaco diventa un fenomeno culturale

Da almeno cinque anni, le ricerche più frequenti su Google in tema di benessere ruotano attorno ad un quesito specifico: Come si fa a perdere peso in poco tempo? Quali sono le scorciatoie per farlo? Ce ne parla Amelia Andriollo (studentessa tirocinante del percorso di Psicologia del Benessere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore).

Come perdere peso in poco tempo

Negli ultimi tempi, la domanda è cambiata di sfumatura. Le parole chiave non sono più solo “dieta” o “allenamento”, ma “metodo nuovo”, “scorciatoia”, “risultato veloce”. L’urgenza con cui questa domanda viene posta segnala qualcosa che va al di là della semplice volontà di dimagrire. 

Le persone, risultano intolleranti alla frustrazione, ovvero alla difficoltà a sostenere il tempo necessario perché un obiettivo si realizzi. Questa intolleranza viene alimentata da un ambiente dove la società che normalizza la gratificazione istantanea.

Il cercare questo tipo di scorciatoie riflette una sintonia profonda con il nostro tempo. Ci si trova in un periodo storico dove le risposte immediate sono la quotidianità e che attraverso i social network, le persone hanno costruito un confronto continuo con corpi altrui, spesso filtrati, modificati, o irraggiungibili senza interventi medici.  

Ma un escamotage esiste ed è riuscito a soddisfare l’insaziabile gratificazione istantanea. Il suo nome è semaglutide (famoso con il suo nome commerciale di Ozempic).

Cosa è il semaglutide, come funziona e per chi è stato pensato

Il semaglutide appartiene alla classe degli agonisti del recettore GLP-1, molecole che imitano l’azione di un ormone naturale, il glucagon-like peptide-1. Il farmaco è stato sviluppato per il trattamento del diabete di tipo 2. Infatti, il suo meccanismo d’azione stimola la secrezione di insulina, riduce quella di glucagone, l’ormone che induce il fegato a rilasciare glucosio nel sangue e rallenta lo svuotamento gastrico, permettendo un miglior controllo della glicemia postprandiale. Ma la chiave del farmaco è che esso agisce sul sentimento di sazietà, togliendo la fame.

Il profilo del paziente “target” che ha bisogno di questo tipo di farmaco è specifico: riguarda persone con diabete o con obesità complicata in cui la perdita di peso rappresenta una necessità terapeutica. 

Va sottolineato che il farmaco è stato concepito come uno strumento per uso continuativo: il calo ponderale si mantiene finché il trattamento prosegue e la sospensione tende a essere seguita da un recupero del peso. Questa caratteristica, importante sul piano clinico, assume un significato diverso quando il farmaco viene utilizzato al di fuori del suo bersaglio originale. Infatti, chi lo assume per ragioni estetiche, si trova nella condizione di dover scegliere tra un’assunzione potenzialmente cronica e l’accettazione di un ritorno alla condizione di partenza.

L’uso off-label e il pubblico “non clinico”

Lo stesso meccanismo che aiuta il paziente diabetico alla riduzione dell’appetito, può essere applicato su un soggetto senza quel tipo di patologia. Ed è questo il motivo per cui ha riscosso successo: farmaco perdipeso accessibile. 

L’accesso a quest’ultimo è oggi facilitato da canali che bypassano la valutazione clinica tradizionale. L’aumento di cliniche online, fornitori di telemedicina, cliniche mediche che offrono semaglutide a pagamento senza prescrizione ha portato le persone a idolatrarlo come “soluzione assoluta”. 

Purtroppo, non è oro tutto quello che luccica e gli effetti collaterali di un utilizzo sconsiderato del farmaco possono portare ad una disregolazione dell’umore, della motivazione, del funzionamento cognitivo e, in casi gravi, tumore. 

Una nuova definizione di magrezza “ottenibile” e il ritorno dell’eroin-chic

Cosa accade nel momento in cui il semaglutide non viene più percepito come farmaco, ma come soluzione per dimagrire?  Per comprendere l’impatto psicologico di ciò, è utile introdurre un concetto importante, ovvero l’internalizzazione del thin ideal. 

Quest’ultimo è un processo per cui la persona concepisce l’essere magro come parametro di valutazione sociale e personale. L’internalizzazione si rafforza tanto più l’ideale viene percepito come accessibile: paradossalmente, un canone irraggiungibile produce meno danno psicologico di un canone presentato come “alla portata di chiunque”.

Il semaglutide interviene esattamente in questo punto, ridefinendo la categoria della magrezza e rendendola raggiungibile. Per generazioni, la magrezza estrema era un traguardo condizionato dalla privazione, dalla disciplina, talvolta dalla patologia, oppure dalla genetica. Oggi invece, è un risultato dove basta solo un’iniezione settimanale per raggiungerlo. 

Per inquadrare specificamente quello che sta accadendo nell’ultimo periodo, occorre tornare agli anni Novanta. L’estetica nota come heroin chic, corpi emaciati, zigomi sporgenti, occhi cerchiati, una bellezza dichiaratamente fragile, dominò la moda di fine millennio attraverso volti come Kate Moss e Jaime King. Il termine stesso evocava la connessione tra magrezza estrema e uso di sostanze. Per quasi vent’anni quel modello era sembrato in via di superamento, soppiantato prima dalle curve dell’era Kardashian degli anni 2010 e poi dai movimenti di body positivity che avevano portato in passerella corpi più diversificati.

Quel modello sta tornando, in una forma aggiornata e denominata Ozempic chic: una falange di figure “spettrali” eteree, dai volti incavati e dalle clavicole sporgenti, ha popolato il red carpet degli Oscar 2025, ricordando che il magrissimo è tornato di moda. Zigomi scavati e costole visibili sono diventati uno status symbol, e l’esercizio fisico è considerato solamente per chi non può permettersi una magrezza pagata. 

L’aggettivo pagata è cruciale: introduce nel discorso sulla magrezza una dimensione di classe esplicita, in cui il corpo magro diventa indicatore di accesso economico ad una soluzione farmacologica costosa. 

Il punto critico è la trasmissione del modello. Una star sceglie il farmaco per ragioni professionali, ma l’immagine che ne risulta viene assorbita dal pubblico come canone estetico nuovo, indipendentemente dal contesto in cui è nata. La psicologia della comparazione sociale, descrive bene questo passaggio: l’individuo valuta sé stesso attraverso il confronto con altri percepiti come simili o aspirazionali, e quando il termine di paragone è massicciamente orientato verso la magrezza, l’autovalutazione tende inesorabilmente verso il basso.

Il feed come amplificatore

Tutti questi nuovi canoni estetici e percezioni vengono poi amplificati dai social network. La comparazione sociale, fenomeno che storicamente avveniva nei contesti ristretti della vita quotidiana, la scuola, il quartiere, la cerchia di conoscenti, è stata trasferita su una scala larghissima e resa permanente. Su TikTok e Instagram, i feed propongono un’esposizione continua e selettiva, portando la persona a compararsi ogni minuto della giornata con degli standard completamente differenti dal proprio piccolo. 

Uno studio PLOS One del 2024 ha mostrato che bastano otto minuti di esposizione TikTok a video centrati sul peso per ridurre la soddisfazione corporea e aumentare i pensieri di alimentazione disordinata nelle giovani donne. Un’analisi di 200 video TikTok popolari estratti dagli hashtag #fitness e #fittok ha rivelato che quasi l’80% dei video analizzati ritraeva donne, rappresentate in stragrande maggioranza come magre e toniche, replicando il cosiddetto “fit ideal”, altrettanto difficile da raggiungere per la maggior parte delle donne quanto il tradizionale “thin ideal. 

Inoltre i contenuti che presentano la restrizione alimentare come “what I eat in a day” glorificano abitudini alimentari restrittive, presentandole come “disciplina”, “consapevolezza della salute” o “self-care”. Le “hot girl walks”, le diete liquide e le routine “come ottenere una pancia piatta” inondano i feed di contenuti che equiparano il valore personale alla magrezza. 

Il caso K-pop: un’estetica esportata

Un’ulteriore chiave di lettura arriva dal K-pop, il fenomeno musicale coreano divenuto globale negli ultimi quindici anni. Il canone estetico coreano si è diffuso in tutti gli ambiti nel mondo occidentale e specialmente la magrezza. Per le idol femminili, le aspettative estetiche includono il mantenimento di un peso tra i 40 e i 50 kg, un viso piccolo, un naso minuto e un mento appuntito. 

Le agenzie di intrattenimento coreane non si limitano a incoraggiare la magrezza: la gestiscono come una decisione commerciale. Controlli del peso, pasti ristretti e pressioni da parte dei manager per dimagrire sono stati descritti da numerose idol passate e presenti. Ma negli ultimi anni, anche in questo mondo dell’entertainment si è diffuso l’utilizzo di semaglutide come strumento per dimagrire, poiché in Sud Corea non c’è la necessità di presentare una prescrizione medica ed è comunemente acquistabile in una farmacia. Inoltre, le star vengono sottoposte ai cicli del farmaco, fingendo di aver raggiunto quel tipo di corpo in una modalità più organica come una dieta ricca di proteine ed esercizio fisico. 

Quel modello, esportato attraverso videoclip, fancam e contenuti virali, raggiunge oggi un pubblico mondiale, spesso adolescente. La giovane fan italiana che segue la propria idol preferita si trova esposta ad uno standard che è stato costruito in un contesto industriale specifico, ma che le viene presentato come canone universale di femminilità desiderabile. 

L’adolescente di oggi raccoglie quindi messaggi convergenti da molteplici fonti: la propria idol K-pop, la star hollywoodiana sul red carpet che ha verosimilmente fatto ricorso a un GLP-1, l’influencer di TikTok che documenta il proprio dimagrimento “naturale”. La convergenza di questi messaggi produce un effetto cumulativo. Il corpo desiderabile oggigiorno è un corpo magrissimo, e i mezzi per ottenerlo sono molteplici, accessibili, normalizzati.

Una sintesi clinica e culturale

L’incontro tra semaglutide e cultura digitale produce qualcosa che richiede attenzione psicologica seria.

La medicalizzazione della magrezza è in atto da almeno un secolo, dalle prime “pillole dimagranti” a base di anfetamine degli anni Trenta fino alla chirurgia bariatrica. Per la prima volta, però, si dispone di uno strumento farmacologico potente, prescrivibile con leggerezza, capace di produrre risultati visibili in poche settimane, in un contesto culturale che continua ad equiparare la magrezza al proprio valore nel mondo. 

Sul piano della pratica clinica, l’osservazione più urgente riguarda la prevenzione. Esiste oggi una generazione di adolescenti che cresce con un’idea della magrezza come traguardo medicalmente garantito, mentre parallelamente le evidenze cliniche sul tema restano frammentarie. Le evidenze sull’impatto psicologico e fisico complessivo dei GLP-1 sono ancora carenti, e la relazione tra semaglutide e disturbi alimentari resta poco compresa. 

Promuovere una concezione della salute che favorisca la consapevolezza e l’autodeterminazione, liberando le scelte individuali dai vincoli di un’obbligazione culturale, è tra i contributi più significativi e autentici che la psicologia possa offrire oggi alla società.