Gli effetti emotivi della tragedia di Crans Montana su adolescenti e genitori

Gli effetti emotivi della tragedia di Crans Montana sono molteplici. Ne parliamo in questo articolo scritto dalle nostre specialiste

Gli effetti emotivi della tragedia di Crans Montana su adolescenti e genitori

 

Gli effetti emotivi relativi alla tragedia della Crans Montana sono molteplici. In questo articolo, ce ne parlano la dottoressa Alessia Bajoni, psicoterapeuta e Referente dell’area specialistica per adolescenti di Santagostino Psiche, la dottoressa Rossella Bencivenga, psicoterapeuta e Referente dell’area specialistica genitori e famiglie di Santagostino Psiche e la dottoressa Simona Solimando, psicoterapeuta Equipe adolescenti, referente dei Progetti per le Scuole di Santagostino Psiche

Perchè la tragedia di Crans Montana ci ha colpito così tanto?

La tragedia di Capodanno di Crans Montana ha scosso, toccato e coinvolto tutti, in quanto persone umane, in quanto genitori, adolescenti, insegnanti: tutti. La tragedia di Crans Montana ha toccato delle angosce profonde e fondanti l’essere umano: come l’angoscia di morte, l’angoscia dell’incontrollato e dell’imprevedibilità, l’angoscia di un ordine che risulta invertito, confuso.

Si tratta dell’ordine e della differenza tra giovane e vecchio, giusto e ingiusto, tra piacere e distruzione. Il pensiero, drammatico, doloroso e tragico, di una morte di adolescenti (la maggior parte minorenni) per incendio in uno spazio senza via di uscita rievoca un passato storico che riguarda noi come esseri umani e un presente, con cui facciamo fatica a confrontarci. Una morte impensata, che blocca, toglie il fiato e non lascia via d’uscita accanto a un presente in cui gli adolescenti, attraverso le loro fragilità e sofferenza, chiedono a gran voce di essere pensati, visti e ri-conosciuti.

La disastrosa immagine di Crans Montana dunque ci ha colpito tutti attraverso i meccanismi di identificazione e rispecchiamento, che sono alla base dell’empatia e del riconoscer-si negli altri. Tutti ci siamo identificati nei ragazzi di 16 anni, lì a divertirsi e a ‘lasciarsi andare’ per una notte: la notte di Capodanno. Tutti ci siamo un po’ chiesti e identificati nei genitori che hanno compreso e concesso ai figli una notte di divertimento.  Altri meccanismi psicologici ed emotivi come la rabbia, il giudizio e la colpevolizzazione, sono di fatto tentativi per non riconoscere l’angoscia profonda nel ‘poter essere lì, al loro posto’ . 

Questa è anche la prima angoscia nominata da ragazzi che stiamo incontrando nelle nostre stanze di terapia che hanno conosciuto qualcuno che è rimasto coinvolto o ferito nell’incendio. Il contagio emotivo, amplificato dalle notizie, dai post nei social, evidenzia quanto in realtà sia difficile da ‘pensare e digerire’ a livello individuale e sociale una morte di gruppo, improvvisa e incomprensibile in adolescenza. Di fronte a un trauma impensabile la disorganizzazione dei pensieri è il primo segnale di una fatica a ‘mettere un pensiero’ ad angosce profonde, che lasciano senza parole. Come confrontarsi con una morte violenta in un’età in cui si dovrebbe pensare e preservare il proprio futuro.

Quali sono gli effetti emotivi sugli adolescenti della tragedia di Crans Montana?

Le dinamiche degli eventi di Crans Montana, le immagini, i volti e la sofferenza dei protagonisti della vicenda, le narrazioni mediatiche, veicolate ed esperite on life si iscrivono purtroppo a pieno titolo in una definizione di trauma indiretto o vicario. 

Gli adolescenti che abbiamo incontrato nelle nostre stanze di terapia ci hanno riportato con forza vissuti di impotenza e angoscia al pensiero di ragazzi della loro stessa età morti nell’incendio; rabbia e disperazione al pensarsi in un luogo senza protezioni e vie di uscita; un vuoto enorme al sentire l’assenza di amici che sono venuti a mancare; disorientamento nel rivedere con occhi diversi una notte che doveva essere di divertimento; senso di inganno nel non poter pensare a un ‘futuro insieme’ ai loro compagni, che sono rimasti feriti o che sono morti.

Il valore di tale “lacerazione” dipende da come esso viene e verrà integrato nel sistema psichico individuale e collettivo in quanto, anche se indirettamente, è una frattura lungo un continuum del ciclo vitale, un prima ed un dopo che può minare attivamente: il senso di  fiducia nelle proprie risorse e nello spazio di vita, la percezione della prevedibilità degli eventi e il senso di sicurezza personale. La vulnerabilità che ne deriva può divenire invalidante se non adeguatamente elaborata e portare con sé manifestazioni sintomatologiche simili ad una trauma diretto come: ansia, evitamento di luoghi o persone che richiamano l’esperienza altrui, iperattivazione ma anche immagini, pensieri ricorrenti e pervasivi, irritabilità, disturbi del sonno ed incubi legati ai racconti e/o immagini altrui, distacco e distanziamento emotivo, reattività eccessiva, difficoltà di concentrazione e alterazioni dell’umore e del pensiero.

Cosa possono fare gli adulti di riferimento?

Questi segnali vanno intercettati, accolti e adeguatamente monitorati dagli adulti di riferimento nonchè affidati ad una consultazione psicologica adeguata per evitare il rischio di aggravamento e cronicizzazione. Nella nostra esperienza clinica diretta, la ripresa post-evento dei percorsi terapici con i nostri adolescenti, i genitori e le famiglie ha evidenziato la necessità di stimolare attivamente una sintonizzazione con quanto accaduto, l’espressione e la verbalizzazione di sentimenti di rabbia, colpa, vergogna e paura molto spesso associati alla necessità difensiva di distanziarsi dall’esperienza mortifera oppure di codificare l’esperienza al fine di renderla più tollerabile. Riconoscerle in uno spazio di ascolto e condivisione in cui ogni sentimento, ogni pensiero ed ogni azione può essere legittimo, sembra essere indispensabile oggi per co-costruire un sistema protettivo consapevole, maturo e non evitante in cui adolescenti e genitori possano ri-definire sé stessi, il loro ruolo e le le loro aspettative sulla necessità di fare esperienze fisiologiche sentendosi protetti e sicuri.

Come affrontare ed elaborare un evento traumatico in adolescenza?

Le parole fondamentali per poter ‘reagire’ a un trauma, personale, condiviso diretto e indiretto, sono quello dell’ascolto e rispetto di sé e dei propri tempi, cercando di ‘non forzarsi a restaurare una quotidianità che non risponde al proprio vissuto del qui e ora’. I primi a ricordarcelo sono propri i nostri pazienti adolescenti, addolorati e turbati da quanto accaduto:

‘ci ho pensato e tutto questo ha cambiato le mie priorità…in questo momento non è uscire e andare nei locali, ma godermi i miei affetti, i miei amici’.

L’esperienza del lutto di un amico coetaneo in adolescenza è un’esperienza traumatica, non solo perché per gli adolescenti può essere un primo momento di ‘confronto con la perdita e la morte’, ma anche e soprattutto perché la mancanza riguarda un ragazzo/a della propria età. Confonde, disorienta, terrorizza, contiene una contraddizione interna che si fa fatica a tenere insieme.

‘Perché è accaduto a lui/lei? Perchè a quest’età?’.

Sono domande spontanee, dirette che emergono dai loro racconti, lasciando noi adulti, psicoterapeuti, un po’ impotenti ma con il ruolo prezioso e delicato di non lasciarli soli con quelle domande e nel stare accanto nel ‘cercare una propria risposta’, che magari richiede tempo, tanto tempo.

I luoghi chiusi ora spaventano, contengono una minaccia che prima loro (e noi insieme a loro…) non avevamo in mente così chiara: ‘quali sono i sistemi di protezione presenti? C’è una via di fuga?’

Cosa si intende con “protezione”?

Uscire da quest’ansia ‘claustrofobica’ è possibile, ma con un’attenzione e una consapevolezza diversa: forse più precisa, più in grado di osservare rischi e pericoli, più allenata, in grado di proteggersi. Ma cosa significa protezione? Può essere che dopo un trauma la protezione assuma, in un primo momento, la valenza dell’evitamento del luogo o della situazione che ricorda il trauma (discoteche, locali chiusi, cinema…), per poi dover essere ripensata sia da soli che all’interno di una relazione terapeutica di supporto. Pensiamo che sia fondamentale che gli adulti di riferimento (genitori, insegnanti, educatori, psicoterepeuti) possano pensare e risignificare con gli adolescenti (che siano figli o studenti) la parola ‘protezione’, non come controllo o evitamento, ma come ascolto della propria bussola emotiva, rispetto dei propri tempi e  dei propri bisogni fondamentali.

Come tornare alla normalità?

Tornare alla normalità dunque non può essere pensato come un annullamento di quanto accaduto né degli effetti emotivi che ha lasciato. Devono essere dunque in questo momento ripensati i momenti di socialità sia come adulti che come adolescenti, in cui la paura va ascoltata e rispettata come un segnale di quanto ci sentiamo a proprio agio e al sicuro, con gli altri e fuori di casa. 

In ogni processo di ridefinizione e rielaborazione di una “ferita traumatica” diretta o indiretta è utile una ristrutturazione graduale su più livelli.     

Un errore comune è quindi rifugiarsi nello schema della illusoria “prevedibilità” delegittimando invece la necessità di: stimolare una ristrutturazione del proprio accesso al mondo; riflettere su nuove modalità per sentirsi al “sicuro”;  potenziare i propri strumenti di protezione e controllo; ricontattare in senso primitivo il proprio istinto di sopravvivenza.

Sul piano emotivo l’ansia di accelerare il processo di esposizione alle proprie attività realizzatrici, anche se graduale, senza che esse siano state adeguatamente gestite, non annulla, ma anzi potrebbe amplificare l’angoscia sperimentata. Sentirsi inadeguati e a “rischio” nelle situazioni in cui prima ci sentivamo a nostro agio, potrebbe esporci ad un corto circuito psichico e minare sicurezze molto profonde, annullando il “permesso” di poter apprendere dagli stimoli critici sperimentati, ma anche nuove risorse. 

Cosa ci insegnano gli eventi della Crans Montana?

La nostra mente apprende dall’esperienza. 

E dunque ‘cosa stiamo apprendendo dal tragico evento di Capodanno?’. 

Pensiamo, come professionisti che si occupano quotidianamente di adolescenti e genitori di adolescenti, che ci sia una possibilità di ripensare la socialità come momento in cui guardare e affrontare insieme agli altri la possibilità ‘di divertirsi, ma anche di condividere le paure e ansie’.

La percezione dell’ansia è il primo segnale di allarme che proviamo dentro di noi. Crans Montana insegna, con il dolore e la morte, quanto sia essenziale il recupero di un aiuto reciproco e collaborativo ai primi segnali di ansia e dunque di rischio. 

Questa rilettura può aiutare ora a coniugare la socialità con l’ascolto e il rispetto delle proprie paure, in una dimensione di recupero del ruolo fondamentale e protettivo della condivisione e riconoscimento ‘delle ansie proprie e altrui’ come un sistema protettivo umano e condiviso, che supera il senso di vergogna e la vulnerabilità individuale.

Quali sono le reazioni degli adolescenti nel contesto scolastico dopo la tragedia di Crans Montana?

Quando un evento così improvviso e doloroso colpisce una realtà scolastica, il trauma non resta confinato alla dimensione individuale: entra nelle aule, nei corridoi, nei silenzi. 

Nelle classi dove erano presenti i ragazzi coinvolti nella tragedia, il “banco vuoto” è diventato un simbolo potente, una presenza-assenza capace di generare smarrimento, tristezza e senso di vulnerabilità. 

Molti studenti hanno reagito cercando una nuova coesione, stringendosi tra loro, creando spazi di ascolto informali, ridefinendo equilibri e ruoli all’interno del gruppo. Altri hanno manifestato chiusura, difficoltà di concentrazione, oscillazioni emotive. 

Anche per i docenti  l’evento ha rappresentato uno spartiacque: la percezione della fragilità dei ragazzi si è fatta più intensa, alimentando un bisogno di protezione, ma anche interrogativi su come accompagnarli senza soffocarli troppo.

In questo processo di riorganizzazione, la scuola è diventata un luogo cruciale di elaborazione collettiva del lutto, dove la dimensione relazionale – tra pari, tra adulti e tra ragazzi – ha assunto un valore centrale nel tentativo di trasformare il dolore in memoria condivisa e sostegno reciproco.

“La cosa più difficile è stato rientrare in classe e vedere il suo posto lì, come se dovesse tornare da un momento all’altro”, racconta una compagna. 

Un altro studente aggiunge: “Passare davanti alla loro aula mi fa ancora fermare il respiro. Ho paura di sentire quel vuoto addosso”. 

Per alcuni il rientro è stato graduale, segnato da esitazioni e da una fatica silenziosa: “Non è solo tristezza, è come se mancasse un pezzo del nostro gruppo. Entrare lì significa accettare che non ci sono più”.

Queste sono le frasi che risuonano nella stanza di terapia e che ci affidano alcuni compagni dei ragazzi vittime della tragedia, in memoria di quei sorrisi che non incontreranno più tra i corridoi della scuola.

Alcuni di loro si sentono in colpa: “se avessimo saputo che prima delle vacanze di Natale sarebbe stata l’ultima volta”.

Accanto al dolore per l’assenza, in molti ragazzi si è affacciato anche un sentimento più difficile da nominare: la colpa del sopravvissuto.

“Perché io sì e loro no?”, è una domanda che ritorna nei pensieri, spesso in modo silenzioso.

Alcuni adolescenti riferiscono di sentirsi in colpa nei momenti di leggerezza, quando ridono o tornano a progettare il futuro, come se la possibilità di andare avanti fosse una forma di tradimento. 

Riconoscere e legittimare questo vissuto è fondamentale: solo attraverso uno spazio di ascolto autentico e condiviso si può aiutare i ragazzi a comprendere che continuare a vivere, crescere e sperare non significa dimenticare, ma portare con sé chi non c’è più in una memoria che accompagna.

Quale è il ruolo dei genitori e degli adulti nel supportare i figli adolescenti nell’elaborazione di un trauma?

Il ruolo degli adulti significativi è centrale e oggi ne va sollecitata l’indispensabilità non solo a sostegno e supporto dell’adolescente e della sua necessità di essere ascoltato, accolto, compreso e validato nelle emozioni che sta sperimentando, ma nel tentativo sinora purtroppo abbastanza mancato di avviare un processo attivo di collaborazione nel porre al centro la “responsabilità” del futuro. Un futuro disatteso e “tradito” nella vicenda Crans Montana. Molteplici sono le strategie che possono aiutare un adolescente a dare senso a quanto accaduto, riducendo il rischio di cronicizzare sintomi di ansia ed isolamento. 

Primo fra tutti è generare uno spazio attivo in cui poter esprimere e verbalizzare immagini, pensieri ed emozioni altamente disturbanti e alfabetizzare gli strumenti emotivi in campo al fine di renderli più consapevoli e meno angoscianti.

Limitare l’esposizione mediatica e/o le narrazione indirette, filtrarle o rielaborare i contenuti con loro potrebbe aiutarli a desensibilizzarne gli effetti, così come accettare la fisiologica sfida a ristrutturare le convinzioni preesistenti, supportando la possibilità di costruire una nuova visione del proprio mondo e di sé stessi.  Potenziare il loro senso di autoefficacia percepita potrebbe essere fondamentale per aiutarli ad integrare l’esperienza traumatica definendola come parte di un processo trasformativo di crescita. Sembra essere importante anche tentare di tollerare e rispettare tempi e modalità graduali di ripresa della propria routine ed introdurre nuove “quotidianità attive” che incontrino con maggiore autenticità ciò che ci si sente pronti ad affrontare. 

“Pensare al futuro” degli adolescenti per genitori, insegnanti, adulti di riferimento vuol dire provare a “stare” con loro nella paura e nell’angoscia senza spingerli altrove, senza provare a sostituirne competenze, senza attribuire a loro ruoli che non gli spettano, senza adultizzare nel tentativo di delegare responsabilità. L’obiettivo è invertire la rotta dell’ illusorio “controllo” come sinonimo di sicurezza, per accogliere invece la necessità di un pensiero più sistematico rispetto ai bisogni dei nostri figli, quelli di tutti, in cui venga accolta l’umana fragilità che la tragedia di Crans Montana ha messo in luce. 

Evidenziamo come dunque le azioni protettive che gli adulti di riferimento possano mettere in campo, debbano assumere sempre più l’accezione del supporto emotivo, dell’ascolto e del pensare insieme a loro limiti e rischi attraverso un dialogo tra generazioni, che non nasconda la paura che entrambi possano provare dopo un tale evento, ma che riconosca la paura come punto di ri-partenza  e una possibilità per ripensarsi nella realtà attuale.