- Che cos’è la sindrome dell’intestino irritabile?
- Cause della sindrome dell’intestino irritabile
- Associazioni con altre patologie
- Quali sono i sintomi della sindrome del colon irritabile?
- Quanto dura la sindrome del colon irritabile?
- Come si effettua la diagnosi?
- Come si cura la sindrome del colon irritabile?
- Prognosi della sindrome del colon irritabile
La sindrome dell’intestino irritabile (IBS), nota anche come colon irritabile o colite spastica, è un disturbo cronico caratterizzato da dolore o fastidio addominale ricorrente, associato a cambiamenti nella frequenza o nella consistenza delle feci (stipsi, diarrea o entrambe). Non riduce l’aspettativa di vita e non evolve in malattie più gravi, ma può pesare molto sulla qualità della vita. La terapia punta a controllare i sintomi con stile di vita, alimentazione, farmaci mirati e, quando serve, terapie dell’asse intestino-cervello.
Ne parliamo con la dottoressa Cristina Ogliari, gastroenterologa del Santagostino e membro della Commissione Nazionale di Neurogastroenterologia dell’AIGO (Associazione Italiana Gastroenterologi Ospedalieri).
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Che cos’è la sindrome dell’intestino irritabile?
↑ topSi parla di sindrome dell’intestino irritabile (IBS, dall’inglese irritable bowel syndrome), anche conosciuta dai più come “colon irritabile” o “colite spastica”, quando nel paziente compaiono ricorrenti episodi di dolore o fastidio/gonfiore addominale associati ad alterazioni dell’alvo, come frequenza o consistenza delle feci (nella forma di stipsi, diarrea o entrambe). I sintomi devono essere presenti per più di 3 giorni al mese negli ultimi 3 mesi e non devono essere correlati al ciclo mestruale (criteri di Roma V).
I criteri di Roma V
Sono i criteri internazionali per la diagnosi dell’IBS, aggiornati nel 2026. Richiedono dolore o fastidio addominale ricorrente per almeno 3 giorni al mese negli ultimi 3 mesi, associato a cambiamenti nella frequenza o nella consistenza delle feci; il dolore non deve essere continuo. Rispetto ai precedenti criteri di Roma IV, che chiedevano almeno un giorno di dolore a settimana, includono di nuovo il “fastidio” addominale e abbassano la soglia di frequenza, per riconoscere anche le forme più lievi.
Si tratta di una sindrome caratterizzata da una minima infiammazione intestinale correlata prevalentemente ad alterazioni del microbiota intestinale. I sintomi sono principalmente dovuti ad alterazione della motilità intestinale e della sensibilità neurologica, conseguenti proprio alla localizzazione della micro-infiammazione (adiacente alle terminazioni nervose) e all’interazione tra il microbiota e l’intestino. È un disturbo molto comune: si stima che interessi tra il 5 e il 10% della popolazione, con percentuali che variano in base ai criteri diagnostici utilizzati. Non devono essere presenti, o comunque devono essere indagati, eventuali segni o sintomi cosiddetti “di allarme”: sanguinamento rettale o melena (feci nere che indicano un sanguinamento del tratto digestivo superiore); diarrea notturna; dolore addominale non ricorrente, ma in progressivo peggioramento; calo ponderale non voluto; anemia sideropenica (con scarso ferro); aumento rilevante della proteina C reattiva o della calprotectina fecale (indici di infiammazione severa); storia famigliare di malattia infiammatoria cronica o neoplasia del colon. Inoltre l’eventuale insorgenza di IBS in soggetti con età superiore a 45 anni richiede maggiore attenzione per escludere la presenza di altra patologia.
Cause della sindrome dell’intestino irritabile
↑ topNon c’è un elemento unico che porta i pazienti a sviluppare la sindrome, ma una serie di fattori che coesistono e agiscono insieme o in sequenza. La principale causa è la presenza di alterazioni del microbiota intestinale. È infatti dimostrato che esistono pazienti che hanno sviluppato la sindrome dopo un episodio infettivo gastroenterico ben documentato (IBS post-infettivo), ad esempio dopo una gastroenterite. Molto spesso tuttavia è difficile individuare un’origine specifica. Più spesso si associano varie cause: infettive, alterazioni della dieta, repentini cambi di peso corporeo, periodi di stress psico-fisico, cambio di ambiente di vita o lavorativo, farmaci o integratori.
Associazioni con altre patologie
↑ topL’IBS è associato anche ad altre patologie caratterizzate da attivazione del sistema nervoso viscerale, come la fibromialgia, la sindrome da fatica cronica e il dolore toracico non cardiogeno, o da alterazioni della motilità viscerale (“disturbi dell’asse intestino-cervello”), come la malattia da reflusso gastroesofageo e la dispepsia funzionale. Inoltre è più facilmente correlata a malattie psichiatriche come la depressione maggiore, l’ansia, i disturbi di somatizzazione o del comportamento alimentare. La correlazione tra la sindrome dell’intestino irritabile e alcune condizioni psicologiche può incidere negativamente sulla qualità della vita, creando difficoltà sia in ambito lavorativo che nelle relazioni sociali.
Quali sono i sintomi della sindrome del colon irritabile?
↑ topI sintomi che definiscono l’IBS sono:
- dolore o fastidio addominale ricorrente e sempre correlato all’evacuazione
- alterazioni della frequenza o della consistenza delle feci.
La sintomatologia è cronica, cioè presente da almeno 3 mesi per almeno 3 giorni al mese (criteri di Roma V), e ha un andamento a fasi alterne: i disturbi tendono a migliorare in alcuni periodi per poi riacutizzarsi. Ogni paziente può individuare le proprie condizioni scatenanti (“trigger”), che possono essere: situazioni di stress, cambi repentini di temperatura (per esempio l’aria condizionata), assunzione di alcuni cibi o bevande (per esempio caffè, latte, spezie), fumo di sigaretta, scarso riposo notturno. Essendo una patologia correlata ad alterazioni della funzionalità del tratto gastroenterico e del sistema nervoso viscerale, possono essere presenti anche altri sintomi associati, come la nausea, lo stimolo frequente a urinare (“vescica irritabile”) e la cefalea.
Quanto dura la sindrome del colon irritabile?
↑ topL’IBS è una malattia cronica, pertanto rimane presente nella storia del paziente con fasi sintomatiche alternate a fasi di maggiore benessere.
Come si effettua la diagnosi?
↑ topPer diagnosticare la sindrome del colon irritabile si utilizzano i cosiddetti criteri di Roma (descritti sopra), che individuano le caratteristiche cliniche del dolore o fastidio addominale e dell’alvo. È inoltre necessario escludere la presenza di segni o sintomi di allarme (sanguinamento rettale o melena; diarrea notturna; dolore addominale non ricorrente, ma in progressivo peggioramento; calo ponderale non voluto; storia famigliare di malattia infiammatoria cronica o neoplasia del colon; età superiore a 45 anni) eseguendo un’accurata raccolta anamnestica.
Per confermare la diagnosi è opportuno eseguire alcuni esami del sangue e delle feci per escludere la presenza di infiammazioni o infezioni che possono essere la causa dei sintomi o un fattore scatenante: calprotectina fecale, ormoni tiroidei, proteina C reattiva, test per la celiachia, ricerca dell’antigene fecale della Giardia lamblia (protozoo che provoca sintomi sovrapponibili a quelli dell’IBS).
Come si cura la sindrome del colon irritabile?
↑ topLa terapia dell’IBS prevede un trattamento basato sulla gestione dei sintomi, la normalizzazione del microbiota intestinale e la conseguente riduzione dell’infiammazione. Fondamentale per il successo della terapia è l’alleanza medico-paziente, proprio per le caratteristiche della sintomatologia e la cronicità della sindrome.
Stile di vita e alimentazione
↑ topIl primo approccio terapeutico riguarda lo stile di vita e la gestione della dieta, intesa come tipologia e varietà dei cibi assunti e ritmo dei pasti. Per quanto riguarda lo stile di vita è consigliato uno stile di vita attivo, con costante attività fisica e sonno adeguato e ristoratore.
Per l’alimentazione è sempre consigliabile affidarsi a uno specialista della nutrizione (dietista o biologo nutrizionista) per avere un aiuto sullo schema alimentare, sulla gestione dei cibi “trigger” e perché non si incorra in errori nell’alimentazione che possano ulteriormente aggravare la sintomatologia, alterare il microbiota e/o produrre carenze di vitamine o oligoelementi necessari. Lo specialista potrà anche consigliare una dieta specifica (come la dieta a basso contenuto di FODMAP, o low-FODMAP), per la cui applicazione è necessario seguire indicazioni precise per evitare problemi di salute. Come indicazioni generali, inizialmente è utile regolarizzare l’orario dei pasti evitando lunghi periodi di digiuno, idratarsi adeguatamente, evitare cibi fermentanti (come legumi, cipolla) o troppo grassi (patatine fritte) e ridurre l’assunzione di bevande gassate, alcolici e caffè. Nelle fasi di riacutizzazione dei sintomi è utile ridurre l’introito di latticini e fibre insolubili (per esempio crusca, riso integrale, spinaci, lattuga, cavoli, broccoli, melanzane, peperoni, pomodori) o di altri cibi riconosciuti come “trigger” dei sintomi.
Non ci sono invece evidenze che suggeriscano che la dieta senza glutine possa avere benefici. Per approfondire le scelte a tavola: colon irritabile, cosa mangiare e cosa evitare. I probiotici, largamente utilizzati nell’IBS, in realtà non sembrano produrre reali benefici, se non temporanei miglioramenti della sintomatologia.
Farmaci
↑ topLa terapia farmacologica si basa su farmaci che aiutano a controllare e gestire i sintomi, scelti in base al disturbo prevalente:
| Sintomo prevalente | Opzioni terapeutiche |
|---|---|
| Dolore | Antispastici, antidolorifici (paracetamolo), olio di menta piperita, antidepressivi triciclici a basso dosaggio (amitriptilina) |
| Stipsi | Fibre solubili (psyllium), lassativi come macrogol o linaclotide |
| Diarrea | Antidiarroici (loperamide, diosmectite), sequestranti degli acidi biliari, rifaximina (antibiotico non assorbibile modulatore del microbiota intestinale) |
I farmaci vanno sempre assunti su indicazione del medico. Per una panoramica più ampia: quale farmaco per il colon irritabile.
Terapie dell’asse intestino-cervello
↑ topLe terapie dell’asse intestino-cervello possono essere di supporto alla terapia farmacologica. Tra queste sono risultate utili l’ipnosi mirata sulla sintomatologia intestinale, la terapia cognitivo-comportamentale e la mindfulness.
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Prognosi della sindrome del colon irritabile
↑ topLa sindrome dell’intestino irritabile ha una prognosi favorevole per quanto riguarda l’aspettativa di vita e non evolve in patologie più gravi.
È una condizione cronica, il che significa che tende a persistere nel tempo, con periodi di remissione, e pertanto di completo benessere, e fasi di riacutizzazione dei sintomi, che possono divenire meglio gestibili quanto più si imparano a conoscere le situazioni “trigger” (scatenanti) e le risposte terapeutiche da utilizzare “al bisogno”.
L’impatto della sintomatologia sulla qualità di vita può infatti essere rilevante, condizionando comparsa di ansia e depressione, perdita di giorni di lavoro, riduzione della vita sociale, alterazione delle abitudini alimentari con riduzione dell’apporto di nutrienti fondamentali, abuso di farmaci.
È importante invece non sottovalutare eventuali modificazioni dei sintomi abituali e/o la comparsa di segni o sintomi di allarme. In questi casi è fondamentale rivolgersi al gastroenterologo per individuare eventuali esami di approfondimento e/o nuove strategie terapeutiche.
Segnali d’allarme: quando rivolgersi subito al gastroenterologo
Sangue nelle feci o feci nere (melena); diarrea che sveglia di notte; dolore addominale che peggiora progressivamente; calo di peso non voluto; anemia da carenza di ferro; familiarità per malattie infiammatorie croniche intestinali o tumore del colon; comparsa dei disturbi dopo i 45 anni o cambiamento dei sintomi abituali.