Si parla di alienazione parentale quando un figlio, senza apparenti motivazioni, rifiuta un genitore. Un rifiuto che avviene a seguito dell’influenza, consapevole o meno, dell’altro genitore. Fino a compromettere il legame affettivo.
È un concetto che ha suscitato ampio dibattito tra psicologi, psichiatri, operatori sociali e giuristi. Solitamente il genitore alienato o rifiutato è quello non convivente.
La questione è delicata e complessa. Perché implica il rischio di confondere situazioni di maltrattamento o abuso con condizioni di manipolazione affettiva. Per questo motivo, l’uso del concetto di “alienazione parentale” richiede grande cautela. Sia da parte dei professionisti della salute mentale che di chi opera nei tribunali.

Cosa si intende per alienazione parentale?
Il termine “alienazione parentale” descrive una situazione in cui un bambino rifiuta in modo all’apparenza immotivato uno dei suoi genitori. Spesso in seguito alla separazione o al divorzio.
Questo comportamento assume caratteristiche specifiche, che possono essere:
- critiche eccessive
- assenza di ambivalenza emotiva
- adesione incondizionata alla versione del genitore con cui vive
- rifiuto esteso ai familiari dell’altro genitore
- mancanza di senso di colpa per tale rifiuto.
La comunità scientifica è divisa sull’opportunità di considerare l’alienazione parentale come una vera e propria entità clinica, come accade con l’alienazione intesa come sintomo nella psicologia o nella psichiatria. Alcuni autori sostengono che si tratti di una condizione psicopatologica riconoscibile. Mentre altri ritengono che il fenomeno vada inquadrato come dinamica relazionale complessa, spesso influenzata da molteplici fattori familiari e contestuali.
L’alienazione parentale, intesa come sindrome (“Parental Alienation Syndrome” o PAS), non è riconosciuta nei principali manuali diagnostici internazionali. Come il DSM-5 dell’American Psychiatric Association o l’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La mancata inclusione riflette un dibattito scientifico relativo alla sua validità. E, soprattutto, alla difficoltà di standardizzarne i criteri e alla possibilità di abusi nel suo utilizzo in ambito legale e forense.
Origine del concetto: Richard Gardner e la PAS
Il concetto di PAS fu introdotto per la prima volta dallo psichiatra statunitense Richard Gardner negli anni ’80. Gardner descriveva una sindrome in cui un bambino, coinvolto in dispute sull’affidamento, mostrava un rifiuto ingiustificato verso uno dei genitori. A detta di Gardner, tale atteggiamento derivava da una sorta di lavaggio del cervello operato dall’altro genitore.
Secondo Gardner, la PAS si caratterizza per un comportamento di denigrazione persistente, non supportato da esperienze reali di abuso né da trascuratezza. E sostiene che il fenomeno sia frequente nei conflitti per la custodia.
Ma è stata subito obiettata la mancanza di prove empiriche, la natura poco rigorosa dei criteri diagnostici proposti. Oltre alla tendenza a sottovalutare il rischio di abuso reale nei casi in cui un minore rifiuta un genitore. Di conseguenza, la PAS non è mai stata accettata ufficialmente dalle principali associazioni scientifiche internazionali.
Quali sono i sintomi dell’alienazione parentale?
Sebbene la PAS non sia riconosciuta come diagnosi, alcuni clinici e operatori familiari utilizzano il concetto di alienazione parentale in senso descrittivo, per indicare situazioni in cui si osservano comportamenti che ostacolano il legame genitoriale.
Tra i principali indicatori osservabili:
- denigrazione persistente e immotivata verso il genitore rifiutato, spesso con argomentazioni stereotipate
- assenza di ambivalenza emotiva: il genitore rifiutato è visto solo in termini negativi, senza ricordi positivi
- adesione totale al genitore favorito: il bambino difende sistematicamente il genitore convivente, anche in situazioni problematiche.
- rifiuto esteso ad altri membri della famiglia del genitore rifiutato
- mancanza di senso di colpa per i comportamenti ostili verso il genitore allontanato.
Questi indicatori non costituiscono una prova definitiva di alienazione e devono essere valutati nel contesto della storia familiare. In molti casi, il rifiuto del bambino può essere una reazione a conflitti pregressi, maltrattamenti o eventi traumatici.
Diagnosi differenziale e rischi di errore
Distinguere l’alienazione da un rifiuto giustificato è di fondamentale importanza per il minore. E serve a stabilire una eventuale responsabilità genitoriale. In alcune situazioni, i bambini evitano un genitore perché hanno subito abusi, hanno patito trascuratezza o ricevuto condotte inappropriate.
Il rischio maggiore è che il concetto venga usato impropriamente, delegittimando la voce del bambino e mettendo in dubbio esperienze di disagio reale. Per questo motivo, le linee guida internazionali invitano alla massima cautela, specialmente nei procedimenti giudiziari.
Una valutazione corretta richiede una analisi clinica approfondita, in cui venga innanzitutto esclusa la presenza di violenza o abuso. È necessario raccogliere informazioni da più fonti, osservare i comportamenti nel tempo e non basarsi solo sulle dichiarazioni dei genitori.
Come si valuta una possibile alienazione parentale?
Non esiste un test diagnostico univoco per identificare l’alienazione parentale. La valutazione deve quindi basarsi su un’analisi multidimensionale e richiede il coinvolgimento di professionisti specializzati in età evolutiva e dinamiche familiari.
Gli strumenti comunemente utilizzati sono:
- colloqui clinici con il minore e i genitori
- valutazioni psicodiagnostiche individuali
- osservazioni dirette delle interazioni tra genitori e figli
- raccolta di informazioni da terzi, come insegnanti, pediatri, educatori
- analisi della storia familiare e dei modelli relazionali.
Ogni caso deve essere trattato con attenzione e senza semplificazioni. L’obiettivo non è confermare o smentire una sindrome, ma capire le dinamiche familiari per tutelare il minore.

Come intervenire in caso di alienazione genitoriale?
Quando si ipotizza la presenza di una dinamica di alienazione parentale, è importante intervenire con strumenti clinici e psicosociali adeguati, evitando approcci coercitivi o punitivi che possono peggiorare la situazione.
Formulare un progetto di intervento efficace prevede:
- terapia familiare sistemica per promuovere il ripristino del dialogo, della comunicazione e delle relazioni danneggiate
- sostegno psicologico individuale per il bambino e per i genitori, al fine di elaborare il conflitto e ridurre la sofferenza
- mediazione familiare per favorire accordi condivisi nei casi meno conflittuali
- programmi educativi per genitori mirati a comprendere meglio l’impatto del conflitto sul minore.
Tutti gli interventi devono mettere al centro il benessere del figlio minore. È fondamentale garantire relazioni significative e sicure con entrambi i genitori, solo quando ciò è compatibile con la salute psicofisica del minore. Intervento e tutela devono quindi essere sempre a vantaggio del benessere dei figli.
(27 Gennaio 2026)