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Pubblicato inPatologie

Malattia di Alzheimer: una guida completa

Il morbo di Alzheimer: una malattia neurodegenerativa che causa il deterioramento progressivo delle funzioni cognitive e della memoria.

alzheimer

La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa con decorso progressivo e cronico. Il nome deriva dal neurologo tedesco Alois Alzheimer, che, agli inizi del Novecento, per primo identificò e descrisse dettagliatamente le sue manifestazioni cliniche, nonché le relative conseguenze a livello neurologico.

Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza, rappresentando circa il 50-80% di tutti i casi. Comporta un decadimento graduale delle capacità mentali e fisiche, incidendo negativamente sulla qualità di vita. In particolare, il morbo è responsabile di un processo degenerativo che porta alla distruzione delle cellule cerebrali.

La conseguenza è un deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive, come memoria, linguaggio e ragionamento. Essendo una malattia progressiva, col tempo tende a peggiorare, a tal punto da compromettere significativamente l’autonomia della persona e l’esecuzione delle attività quotidiane più semplici. La sopravvivenza media dalla diagnosi è di 8-10 anni, sebbene in alcuni casi possa estendersi fino a 20 anni.

Attualmente, si stima che in Italia vi siano circa 600.000 casi di Alzheimer. Nei paesi industrializzati, la malattia interessa circa il 5% della popolazione con un’età superiore ai 65 anni e circa il 30-40% di coloro che hanno più di 85 anni. In diversi casi, può avere un esordio precoce intorno ai 50 anni di vita, sebbene queste forme rappresentino meno del 5% del totale.

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Cosa succede nel cervello dei pazienti con Alzheimer?

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Per capire l’Alzheimer, è utile pensare al cervello come a una città. Le “strade” (i neuroni) che collegano i vari quartieri (le aree cerebrali) sono sempre più danneggiate, facendo perdere la comunicazione tra le diverse zone della città. Diverse “cause” contribuiscono a questo processo.

  1. Placche di beta-amiloide: si tratta di depositi extracellulari di proteina beta-amiloide che si accumulano tra i neuroni, creando blocchi che impediscono il corretto passaggio dei segnali.
  2. Grovigli neurofibrillari: sono aggregati intracellulari di proteina tau iperfosforilata che si formano all’interno dei neuroni, bloccando il flusso delle informazioni e causando la morte delle cellule cerebrali.
  3. Neuroinfiammazione: come una crescente “nebbia” che offusca la visibilità nelle strade, l’infiammazione cronica nel cervello danneggia progressivamente le cellule cerebrali e accelera il processo degenerativo.
  4. Stili di vita e fattori esterni: alcuni fattori, come l’alimentazione, il sonno e lo stress, possono agire come “turbolenze” che peggiorano ulteriormente la situazione.

Queste alterazioni provocano la morte neuronale progressiva e una conseguente atrofia cerebrale, soprattutto nelle aree deputate alla memoria (ippocampo) e alle funzioni cognitive superiori.

Quali sono le cause dell’Alzheimer?

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La malattia di Alzheimer ha, come abbiamo visto, cause diverse e una patogenesi multifattoriale, risultante dall’interazione tra fattori ambientali, patrimonio genetico e fattori metabolici.

Nelle persone affette da Alzheimer, questa combinazione provoca una degenerazione delle cellule nervose in specifiche aree dell’encefalo, un processo che presenta caratteristiche distintive.

Il ruolo dell’età

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L’età rappresenta il principale fattore di rischio per l’Alzheimer: la probabilità di sviluppare la malattia raddoppia ogni 5 anni dopo i 60 anni, raggiungendo una prevalenza del 30-40% oltre gli 85 anni. Sebbene esistano forme rare a esordio precoce (prima dei 65 anni, rappresentano meno del 5% dei casi), la stragrande maggioranza delle diagnosi avviene nella popolazione anziana.

Genetica e forme sporadiche

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Sebbene esistano forme rare ereditarie causate da mutazioni genetiche specifiche (geni APP, PSEN1, PSEN2) che si trasmettono in modo autosomico dominante, la maggior parte dei casi (oltre il 95%) è sporadica, cioè non direttamente ereditaria.

L’Alzheimer sporadica è una malattia multifattoriale, influenzata dalla combinazione di:

  • Predisposizione genetica: ad esempio, la presenza dell’allele APOE ε4 aumenta il rischio di sviluppare la malattia
  • Fattori di stile di vita: attività fisica, dieta, stimolazione cognitiva
  • Fattori di rischio cardiovascolare: ipertensione, diabete, colesterolo elevato.

I sintomi dell’Alzheimer: la malattia delle quattro A

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Il sintomo principale della malattia è un deficit di memoria a breve termine, che si sostanzia generalmente in una difficoltà nel ricordare fatti recenti e a imparare nuove informazioni.

L’Alzheimer è spesso definita la “malattia delle quattro A”, poiché i sintomi principali sono:

  • Amnesia: perdita progressiva della memoria, inizialmente a breve termine, poi anche a lungo termine
  • Afasia: difficoltà nel linguaggio, sia nell’esprimersi che nel comprendere
  • Aprassia: incapacità di compiere movimenti finalizzati (es. vestirsi, usare oggetti comuni)
  • Agnosia: difficoltà nel riconoscere persone, luoghi o oggetti familiari.

Queste manifestazioni sono spesso accompagnate da altre complicazioni cognitive, come:

Il morbo di Alzheimer, come detto, è caratterizzato dalla progressiva perdita di neuroni nelle aree del cervello adibite alle funzioni cognitive e alla memoria. Nei pazienti affetti da questa patologia, inoltre, sono carenti sostanze come l’acetilcolina, coinvolte nei meccanismi di comunicazione tra una cellula nervosa e l’altra.

Talvolta, a fianco dei problemi cognitivi, si possono manifestare disturbi del comportamento come:

Il decadimento cognitivo influisce sullo svolgimento delle attività della vita quotidiana. Ciò rende il paziente, in un primo momento, dipendente dall’aiuto di un caregiver nell’esecuzione attività più complesse. Successivamente, con il passare dei mesi e degli anni, l’assistenza è necessaria anche nelle attività quotidiane di base.

Le tre fasi dell’Alzheimer: come evolve la malattia nel tempo

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Il morbo di Alzheimer si sviluppa progressivamente attraverso diversi stadi, ognuno caratterizzato da sintomi e segni clinici che si intensificano con il passare del tempo. L’evoluzione della malattia è suddivisa convenzionalmente in tre fasi principali.

Fase iniziale (lieve)

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Nella fase iniziale, i sintomi sono spesso sfumati e possono essere confusi con il normale invecchiamento. Le manifestazioni principali includono:

  • Difficoltà a ricordare informazioni recenti (memoria a breve termine), mentre i ricordi più lontani restano intatti
  • Episodi di smarrimento: la persona dimentica dove ha riposto oggetti di uso quotidiano
  • Difficoltà a trovare le parole giuste durante le conversazioni
  • Leggero disorientamento temporale: confusione su date e giorni della settimana
  • Cambiamenti dell’umore e del comportamento
  • Difficoltà nella gestione delle finanze o nella pianificazione di eventi.

In questa fase, i pazienti sono generalmente ancora autonomi e riescono a svolgere le attività quotidiane con minime difficoltà.

Fase intermedia (moderata)

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Questa è generalmente la fase più lunga e può durare diversi anni. I sintomi cognitivi peggiorano significativamente e compaiono le caratteristiche “quattro A” in forma più evidente:

  • Disorientamento spazio-temporale marcato: la persona può perdersi anche in luoghi familiari
  • Afasia: difficoltà crescente nel linguaggio, sia nell’esprimersi che nel seguire conversazioni
  • Aprassia: difficoltà nei movimenti intenzionali e nelle sequenze motorie (es. vestirsi, preparare un pasto)
  • Agnosia: difficoltà nel riconoscere volti familiari, oggetti o luoghi
  • Confusione mentale frequente
  • Ripetitività nei discorsi o nelle azioni
  • Sbalzi d’umore e cambiamenti comportamentali significativi
  • Problemi a riconoscere amici e familiari.

In questa fase, è necessaria assistenza nella maggior parte delle attività quotidiane e la supervisione di un caregiver diventa indispensabile.

Fase avanzata (grave)

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Nella fase finale, la malattia compromette gravemente tutte le funzioni cognitive e fisiche.

  • Perdita totale della memoria, incluso il riconoscimento dei familiari stretti
  • Incapacità di comunicare verbalmente: la comunicazione si riduce a poche parole o suoni
  • Notevoli difficoltà motorie: difficoltà o impossibilità nella deambulazione
  • Problemi di deglutizione e alimentazione
  • Perdita del controllo degli sfinteri
  • Vulnerabilità a infezioni, in particolare polmoniti.

In questa fase, è essenziale un’assistenza continua 24 ore su 24. La cura e il sostegno costanti sono fondamentali per garantire il comfort e la dignità del paziente.

Fase Caratteristiche principali Assistenza
Iniziale (lieve)
  • Dimenticanze (es. smarrimento degli oggetti)
  • Difficoltà a trovare le parole giuste
  • Cambiamenti dell’umore e del comportamento
  • Difficoltà nella gestione delle finanze o nella pianificazione
Pazienti generalmente autonomi
Intermedia (moderata)
  • Afasia, aprassia, agnosia
  • Disorientamento spazio-temporale
  • Confusione e ripetitività
  • Problemi a riconoscere amici e familiari
  • Sbalzi d’umore e cambiamenti comportamentali
Assistenza necessaria nei compiti di routine
Avanzata (grave)
  • Perdita totale della memoria
  • Incapacità di comunicare
  • Difficoltà motorie e di deambulazione
  • Problemi di deglutizione
  • Perdita del controllo degli sfinteri
Assistenza continua 24h essenziale

Come si effettua la diagnosi per capire se si ha l’Alzheimer?

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La diagnosi certa di malattia di Alzheimer avviene solo post-mortem, ovvero attraverso l’analisi microscopica del tipo di degenerazione delle cellule nervose (placche di beta-amiloide e grovigli neurofibrillari). Perciò, nella pratica clinica, si può fare una diagnosi “probabile” per malattia di Alzheimer, a seconda del quadro cognitivo-patologico che il paziente presenta.

Per escludere disordini metabolici, infettivi o tossici possono essere eseguiti esami del sangue di routine per evidenziare la presenza di disturbi suscettibili di trattamento.

Grazie a nuove tecnologie, poi, i medici sono ora in grado di ottenere informazioni dettagliate sul cervello. Ecco come:

  1. Imaging cerebrale: la PET (tomografia a emissione di positroni) è come una “radiografia” del cervello che può rilevare la presenza di placche di amiloide, che sono uno dei segni tipici dell’Alzheimer.
  2. Risonanza magnetica (RMN): la RMN è utile per “misurare” l’atrofia del cervello, cioè il suo “rimpicciolirsi”, specialmente nell’ippocampo, una zona cruciale per la memoria.
  3. Biomarcatori: Si tratta di piccoli segnali nel corpo, come proteine nel sangue o nel liquido cerebrospinale, che possono indicare la presenza della malattia. Ad esempio, la beta-amiloide e la tau sono proteine che si accumulano nel cervello nei pazienti con Alzheimer. Nuove tecnologie stanno rendendo possibile la diagnosi con esami del sangue, che potrebbero essere meno invasivi rispetto alle tradizionali analisi del liquido cerebrospinale.
  4. Test cognitivi: sono come dei “quiz” che i medici somministrano ai pazienti per capire come sta funzionando la loro memoria e altre abilità mentali.

Trattamenti disponibili: cosa funziona

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Purtroppo, al momento non esiste una cura definitiva per l’Alzheimer, ma ci sono farmaci che possono aiutare a gestire i sintomi, rallentando la progressione della malattia.

  1. Farmaci approvati: esistono medicinali come il donepezil e la memantina, che aiutano a migliorare la comunicazione tra i neuroni e ridurre alcuni sintomi, ma non fermano la progressione della malattia.
  2. Immunoterapia: recentemente, si stanno studiando farmaci che “attaccano” direttamente le placche di amiloide e le proteine tau, cercando di eliminare questi blocchi dal cervello. Questo approccio è ancora in fase di sperimentazione, ma ha mostrato alcuni risultati promettenti.
  3. Nanotecnologie: le nanoparticelle d’oro, una tecnologia innovativa, possono penetrare nel cervello e “rimuovere” le placche di amiloide, cercando di rallentare il danno cerebrale. Anche se ancora agli inizi, questa tecnologia è una delle più affascinanti.

Approcci alternativi: cosa funziona?

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Oltre ai farmaci, alcuni cambiamenti nel nostro stile di vita possono fare la differenza nel prevenire o rallentare la progressione della malattia. Qui entrano in gioco il cibo, l’esercizio fisico e la salute intestinale.

  1. Alimentazione sana: una dieta ricca di frutta, verdura, pesce e grassi sani (come quelli contenuti nell’olio d’oliva) è benefica per il cervello. La dieta mediterranea, ad esempio, è stata associata a un minor rischio di Alzheimer.
  2. Probiotici e prebiotici: la flora batterica intestinale gioca un ruolo importante nel nostro benessere cerebrale. I probiotici (come il Lactobacillus) possono migliorare la salute intestinale, che, a sua volta, può influenzare positivamente la salute del cervello. Alcuni studi su animali suggeriscono che i probiotici potrebbero migliorare la memoria e ridurre l’infiammazione cerebrale.
  3. Esercizio fisico: fare attività fisica regolare è come “allenare” il cervello. L’esercizio migliora la circolazione sanguigna, aumentando l’apporto di ossigeno al cervello e stimolando la crescita di nuove connessioni neurali.
  4. Sonno e stress: dormire bene e gestire lo stress sono aspetti fondamentali per mantenere il cervello in salute. Il sonno aiuta a “ripulire” il cervello dai detriti accumulati durante il giorno, mentre lo stress cronico può accelerare il processo di degenerazione cerebrale.

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Bibliografia

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